Quando si pensa al mondo letterario di Giovanni Pascoli si ritorna con un balzo immaginario all’infanzia dorata. Il poeta di San Mauro di Romagna ha spesso cantato le memorie infantili, le dolci trame di pensiero dei fanciulli, così come pure quel nido tanto amato; nell’immaginario comune Pascoli è quasi sempre etichettato come poeta inattuale, scolastico, dalle poesie cariche di sentimento e adatte ai tempi felici della scuola. Un autore da filastrocca sentimentale, segnato dal dolore della perdita del padre e dal rapporto morboso con le sorelle; di meno, tuttavia, si sottolinea la rilevanza storica e sociale delle sue opere. Un autore che ha contribuito a rendere vivida l’attenzione verso alla natura e le piccole cose e che – attraverso le sue opere – ha segnato un’evoluzione poetica e umana esplorando la memoria e il dolore, aprendosi a tematiche ancora attuali.

Perché Giovanni Pascoli non è un poeta da ”antologia”

Giovanni Pascoli
Pascoli a Castelvecchio – Foto da: it.wikipedia.org

Molti autori ”classici” sono spesso accomunati da un destino bizzarro e curioso: rendersi davvero tanto familiari da esser relegati in etichette semplicistiche, ridotti e spesso anche sviliti o, nel peggiore dei casi, non più letti e ascoltati. Giovanni Pascoli è uno di questi autori così come pure uno dei suoi nobili predecessori, Giacomo Leopardi, tacciato per secoli da studenti di ogni epoca come poeta dalla tristezza imperitura per una erronea convinzione. Giovanni Pascoli è un nome noto, rassicurante, uno di quei poeti che si studiano nei primi anni scolastici – i cui componimenti richiamano la natura o la rima baciata – e che ricorda episodi innocui e infantili in versi; nell’immaginario comune è un poeta da ”antologia”, un cantore di versi di animali, di aquiloni, di cieli tersi e fonosimbolismi.

Uno sguardo poco attento potrebbe scorgere una parvenza ovattata da silloge di filastrocche o un compendio di nenie e cantilene, spesso usate nella poesia infantile ritmica. La semplificazione attribuita al Pascoli, spesso ridotto a figura rassicurante del programma scolastico, lo rende fra gli autori più fraintesi della letteratura italiana. Giovanni Pascoli non è quell’immagine introiettata nei primi anni di scuola e ridotta a semplificazione comoda: ma uno dei poeti maggiori del panorama letterario italiano, capace di descrivere liricamente le inquietudini dell’uomo contemporaneo.

La sua è una poesia che non offre alcun rifugio idilliaco ma attraverso immagini connesse alla natura, all’infanzia, all’intimità domestica e al passato scava e agglomera in parole una visione dell’umano segnata dalla precarietà. Nessun poeta dimesso, nessun intimismo rassicurante: i suoi versi sono punte acuminate di realismo e di complessità. Il suono delle campane, gli uccelli, i campi, le lavandaie, i temporali, i gelsomini notturni, non sono piccoli spunti per evadere ma strumenti per comprendere la realtà.

L’intuizione di un mondo fragile: la precarietà che emerge dal dettaglio

Giovanni Pascoli scrive in un momento di frattura sia storica che personale e quello strappo, in seguito, attraverserà per sempre il suo stile poetico. Una scrittura che nasce da una ferita che non si rimargina e che adombra la sua poesia di un senso di precarietà; una fragilità che si riflette, tuttavia, anche nelle piccole cose della vita quotidiana e del mondo circostante in quanto emerge dai suoni, dalle ombre, dai paesaggi. La natura di Pascoli non parla, mormora: il fonosimbolismo diventa semantica profonda e lo stesso suono si trasforma in simbolo che allude significati ulteriori. Lo ”sciabordare” delle lavandaie in Lavandare (Myricae, 1881) si tramuta in un canto solitario che evidenzia la assolata ripetitività del lavoro; così nelle strofe de L’assiuolo (Myricae, 1897) il suo verso è emblema di presagio funereo e misterioso.

Dov’era la luna? ché il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù…

Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chiù…

Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?…);
e c’era quel pianto di morte…
chiù…

Giovanni Pascoli, ”L’assiuolo” , (Myricae, 1897)

Una struttura affine a livello contenutistico, stilistico e di impatto emotivo si ritrova ne Il Nunzio (Myricae, 1897):

Un murmure, un rombo….
Son solo: ho la testa
confusa di tetri
pensieri. Mi desta
quel murmure ai vetri.
Che brontoli, o bombo?
che nuove mi porti?
E cadono l’ore
giú giù, con un lento
gocciare. Nel cuore
lontane risento
parole di morti…
Che brontoli, o bombo?
che avviene nel mondo?
Silenzio infinito.
Ma insiste profondo,
solingo smarrito,
quel lugubre rombo
.

Giovanni Pascoli, ”Il Nunzio”, (Myricae, 1897)

Un bombo che sbatte contro il vetro diventa, in questa lirica, un possibile messaggero foriero di verità enigmatiche e angosciose. Pascoli lo interroga: cerca risposte nel mondo naturale, immerso fra rimpianti e ricordi. Quel ”rombo” lugubre evoca le parole dei suoi cari defunti, un dolore antico che è tema ricorrente nella lirica pascoliana. La poesia presentata attraverso sensazioni visive che, via via, evocano mistero e la percezione del mondo che culmina con la presa di coscienza della fragilità dell’umano, lasciano il poeta muto; il semplice ronzio di un bombo diviene riflessione sulla morte, incomunicabilità verso l’altra dimensione, abissale solitudine e fragilità dell’uomo dinanzi al cosmo. La natura non consola, allude. È uno spazio che riflette l’instabilità interiore dell’uomo, non la sua armonia.

Giovanni Pascoli, la natura come presenza allusiva

La natura di Giovanni Pascoli non è consolatoria né pacata: gli echi che sussurrano e le ombre che mormorano dai paesaggi riflettono il costante senso di incertezza dell’uomo. Pascoli, in questo senso, è sorprendentemente vicino alla sensibilità contemporanea che conosce bene l’insicurezza e l’assenza di certezze. Dai dettagli poetici emerge la caducità: i particolari Pascoliani non hanno funzione ornamentale bensì rivelatrice in quanto svelano una realtà che sfugge alla comprensione razionale.

La natura e la poesia, in Pascoli, possiedono una finalità allusiva – oltre che apotropaica – che non chiarisce ma suggerisce: emerge chiaramente una tensione costante fra percezione e significato, uno spasimo inquieto che rivela una fragilità conclamata. In Temporale, contenuta nella raccolta Myricae (1891), risulta evidente come Pascoli utilizzi fenomeni naturali per descrivere l’animo umano; il bubbolìo lontano non è solo il suono che preannuncia l’arrivo della tempesta ma anche una metafora dei timori e delle difficoltà che l’essere umano deve affrontare nella propria vita.

Un bubbolìo lontano…
Rosseggia l’orizzonte,
come affocato, a mare:
nero di pece, a monte,
stracci di nubi chiare:
tra il nero un casolare:
un’ala di gabbiano.

Giovanni Pascoli, ”Temporale”, (Myricae, 1891)

In questa dimensione si colloca la celebre poetica del fanciullino a volte fraintesa come una sorta di fuga infantile dal reale. Per Pascoli il fanciullino è colui che percepisce il mondo cogliendo la fragilità delle cose e il loro essere esposte al tempo. Non si tratta, quindi, di addolcire il dolore ma di renderlo visibile e accoglierlo senza sovrapporvi schemi razionali o consolatori ma come fattualità e dato costitutivo dell’umana esperienza.

Leggere Giovanni Pascoli oggi significa anche – e soprattutto – riflettere sull’identità. L’anelare al nido, topos centrale nella poetica di Pascoli, simboleggia quel luogo sicuro e protettivo familiare che racchiude la dimensione infantile in contrasto con il mondo adulto, percepito come minaccioso. L’intuizione del poeta è nitida: l’individuo moderno è vulnerabile, privo di protezioni simboliche forti. Un pensiero che ben si intreccia con la società moderna segnata da precarietà emotiva, disgregazione dei legami e senso dell’effimero.

Una poesia che anticipa una condizione moderna

Pascoli presenta il microcosmo del nido come figura concreta nella sua produzione letteraria; un esempio è la nota poesia X Agosto – seguita da La cavalla storna nel 1903 contenuta nei Canti di Castelvecchio – pubblicata per la prima volta ne Il Marzocco il 9 agosto 1896 e successivamente inserita nella raccolta  Myricae.

[…]

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…
[…]

Giovanni Pascoli, ”X Agosto”, (Il Marzocco, 9 agosto 1896)

Risulta qui evidente il parallelismo fra il perire della rondine che mai più sfamerà i suoi piccoli e la morte del padre del poeta, Ruggero Pascoli, ucciso in circostanze misteriose. La narrazione di Pascoli, che utilizza ancora una volta la natura affiancata a una circostanza familiare, è volta a sottolineare una realtà universale: il male che pervade l’esistenza.

Il tema del nido non rappresenta un luogo di pacificazione a prescindere o definitivo ma diventa una risposta a un mondo insicuro e vulnerabile, percepito come minaccioso. La riflessione di Giovanni Pascoli sull’identità individuale e collettiva anticipa una condizione tipicamente moderna che si inserisce nell’impossibilità di fondare identità che siano stabili o sicure; ed è proprio in questa sospensione conoscitiva che esplode la modernità di un poeta che ha occupato una posizione di transizione fondamentale tra Ottocento e Novecento. Leggere oggi un autore come Giovanni Pascoli significa utilizzare la sua concezione letteraria riconoscendone non solo il valore storico ma anche, e soprattutto, critico.

La sua, infatti, è una poesia che interroga il presente e mette al centro la vulnerabilità dell’essere umano come categoria interpretativa dell’esperienza. Nella società moderna, in un contesto culturale che spesso presenta le persone come invincibili acuendosi sempre più per rimuovere l’incertezza, Pascoli ricorda che proprio dall’incertezza e dal dubbio nasce la conoscenza.

Leggere Giovanni Pascoli oggi, oltre l’immagine stereotipata del poeta minore

Leggere Pascoli oggi non significa solo dialogare con una grande anima del passato ma confrontarsi con una poetica che anticipa temi cruciali della modernità: la crisi dell’ Io, le identità fragili, il bisogno di protezione in un mondo instabile. Troppo spesso Giovanni Pascoli è stato relegato a poeta da antologia o meramente scolastico, associato a un immaginario rassicurante. Giacomo Debenedetti è stato uno dei critici letterari che di più ha contribuito a scardinare la figura di Pascoli dall’aura idilliaca o scolastica, interpretando la sua poetica come decisiva per la modernità letteraria.

Debenedetti sottolinea, infatti, come Pascoli sia il poeta della ”crisi” e non della serenità infantile e come la regressione al fanciullino non sia altro che una difesa psichica verso un mondo percepito come doloroso. In questo senso, Pascoli si avvicina ai grandi autori del Novecento Europeo divenendo anticipatore della crisi dell’Io moderno oltre che una figura di transizione fra due epoche.

Debenedetti sottolinea come la lettura della poesia pascoliana vada interpretata alla luce del trauma originario, quindi la morte del padre; un dolore che attiva il meccanismo simbolico di tutta la sua produzione letteraria. In questa accezione si ha un Pascoli profondamente attuale in un contesto dove la poesia dialoga con il dolore e il trauma. Non si tratta di un poeta minore ma di un’anima poetica che prepara il Novecento pur senza appartenere pienamente a questo secolo, seminando i germogli che porteranno a riflettere sulla genesi della sensibilità moderna. Pascoli è un poeta che va oltre il biografismo e l’etichetta di autore da antologia: la sua è una poesia viva, non appartenente a un passato stantio, ma che è in continuo dialogo con le inquietudini del presente.

Stella Grillo

Foto in copertina: Giovanni Pascoli da it.wikipedia.org