«Tu credi che questa sia semplicemente una rivista. Questa non è semplicemente una rivista… questo è un luminoso faro di speranza per… non lo so… diciamo un ragazzino che cresce a Rhode Island con sei fratelli, che fa finta di andare a calcio mentre invece va a scuola di cucito e legge Runway sotto le coperte di notte con una torcia!». Con queste parole, vent’anni fa, il buon Nigel provava a scrollare dalle spalle della neolaureata Andrea qualsiasi forma di pregiudizio su Runway, ben lontana dall’essere un semplice magazine, e la sensazione, guardando Il Diavolo veste Prada 2, è che David Frankel abbia riascoltato più e più volte questo discorso, prima di mettersi al lavoro sulla sceneggiatura del secondo capitolo del cult movie del 2006.

Il Diavolo veste Prada 2: un omaggio al primo film, ma senza retorica

Una scena de “Il Diavolo veste Prada 2”

Siamo onesti: quando, nel 2024, i Walt Disney Studios hanno ufficializzato lo sviluppo del sequel del primo, fortunatissimo film, liberamente ispirato al romanzo di Lauren Weisberger The Devil Wears Prada, la reazione di tutti noi è stata euforica. Subito dopo, però, nella nostra mente si è fatta strada, serpeggiando, una domanda: Il Diavolo veste Prada aveva davvero bisogno di un seguito? La pellicola originale era un capolavoro di glamour, perfidia e, soprattutto, di politicamente scorretto; un mix che, due decenni fa, aveva funzionato, ma che, riproposto nella società odierna, più consapevole e inclusiva, sarebbe potuto risultare fuori luogo o, peggio, fuori moda.

Conscio di questo pericolo, il regista ha optato per la scelta più intelligente che potesse fare: ha preso ciò che rischiava di essere un’operazione nostalgia patinata, ma vuota, e ha deciso di trasformarlo in qualcosa di diverso, forse meno modaiolo di quanto ci si potesse aspettare, ma decisamente più concreto. Sin dalla prima scena, infatti, il film omaggia se stesso, ma senza sfociare in un’autocelebrazione leziosa e forzata. Impossibile non sorridere nel veder comparire ancora una volta le famigerate cinture (effettivamente piuttosto diverse tra loro), o sentendo nominare i carboidrati, ma la pellicola sceglie di andare oltre, e lo fa con uno scopo ben preciso.

Andrea Sachs è di nuovo al punto di partenza

Il mondo, in questi venti lunghi anni, è cambiato, e Runway, un tempo considerato la Bibbia di ogni fashionista, arranca. Il settore dell’editoria è in crisi, ed è sempre più raro trovare dei finanziatori disposti a investire ingenti somme di denaro in servizi costosi e, per molti, obsoleti. L’haute couture sta cedendo sempre più terreno al fast fashion; al cartaceo, il lettore medio preferisce la rete e, a dettar legge, sono i social media, con i loro ritmi frenetici e un linguaggio ben specifico.

A pagarne le spese è, in primis, Andrea Sachs (Anne Hathaway), che avevamo lasciato più determinata che mai al termine della pellicola precedente, pronta a dedicarsi al giornalismo con tutta se stessa, dopo la parentesi nell’alta moda. Nonostante gli sforzi e i riconoscimenti ottenuti, Andy si ritrova, suo malgrado, a rimboccarsi ancora una volta le maniche per trovare un nuovo posto nel mondo. Il “destino” (che poi, alla fine, tanto destino non è), tuttavia, deciderà di metterci lo zampino, e la sua strada incrocerà nuovamente quella di una vecchia conoscenza.

Il Diavolo veste Prada 2, uno scoop da prima pagina: anche Miranda è umana

Se, da giornalista, Andrea non se la passa proprio benissimo, la diabolica Miranda Priestly (Meryl Streep) fa, paradossalmente, ancora più fatica. Abituata, nel primo lungometraggio, all’idolatria assoluta da parte da chiunque le si accostasse, questa volta appare come una tigre in gabbia, tenuta a bada dalla “nuova Emily”, Amari (Simone Ashley), che la frena dal fare body shaming e aggiusta il tiro quando il suo sarcasmo rischia di crearle problemi. Un tempo Miranda poteva dire cose come «Mi sono detta: “Provaci, corri il rischio, assumi la ragazza sveglia e grassa”» e passarla liscia; ora, quelle stesse labbra che, arricciandosi, potevano cambiare le sorti di una carriera, devono imparare a stare ben serrate, per non correre il rischio di finire in una shitstorm.

Come facilmente intuibile, la tirannica direttrice di Runway è spaesata di fronte a una società che non riconosce e che, soprattutto, non LA riconosce. Proprio per questo, per buona parte del film appare molto diversa dalla glaciale donna d’affari alla quale eravamo affezionati; tentenna, è dubbiosa, cede di fronte a richieste al limite del ricatto, si addentra in territori a lei sconosciuti, come la caffetteria del giornale. Il suo passo non è più così sicuro, il lancio del cappotto è solo un lontano ricordo, e la presa sui dipendenti traballa quanto la sua reputazione.

Alcuni potrebbero storcere il naso nel vederla così fragile ma, in realtà, si tratta di una svolta assolutamente verosimile e coerente con la narrazione: Miranda, dopotutto, è figlia di un altro tempo e di un’etica del lavoro differente, ed è del tutto plausibile che l’era social l’abbia lasciata indietro. Questo, naturalmente, non vuol dire che sia finita, e ritrovarsi fianco a fianco con Andrea, affamata quanto lei di riscatto e giustizia, è la spinta necessaria per tornare a ruggire.

La moda, naturalmente, rimane uno dei punti focali della narrazione. Se, tuttavia, Miranda appare meno centrata anche dal punto di vista stilistico, questa volta è Andy a lasciare che i suoi vestiti parlino per lei. Nella pellicola originale, si sottoponeva a un cambio di look totale, mentre, ora che è un’adulta a tutti gli effetti, decide per sé. Ha imparato una cosa o due dall’esperienza a Runway (e grazie alla pazienza di Nigel) e ha acquisito consapevolezza; è padrona dei propri mezzi e ha uno stile personale, che non sarà il più elegante di sempre, ma che la rappresenta.

La solitudine dei numeri due

Intorno alle due protagoniste, un corollario di vecchie conoscenze e volti nuovi. Nonostante la carognata subita ne Il Diavolo veste Prada, Nigel (Stanley Tucci) è ancora lì, fedele nei secoli. Non c’è dramma che lo smuova, né cambiamento che lo intimorisca: lui lavora, bene come sempre, e lo fa per amore di quella rivista che, quando era un bambino, lo ha aiutato a scoprire la propria identità. Il direttore artistico rappresenta il lume della ragione, il punto fermo di un impero che sta cadendo a pezzi, l’empatia, la capacità; è ancora un passo indietro -ma questo potrebbe cambiare da un momento all’altro- e, tra uno sfottò bonario ad Andy e una sfilata da organizzare, porta avanti la baracca.

Chi, invece, non sembra ancora aver trovato la propria strada, è Emily (Emily Blunt). A un primo sguardo, la sua carriera sembrerebbe aver preso il volo: l’ex prima assistente di Miranda lavora per Dior, appare sicura di sé e, tra un flagship store e l’altro, ha messo su famiglia. Come anche la precedente pellicola ci aveva insegnato, però, non è tutto oro quello che luccica e, prima o poi, i vecchi rancori riemergono sempre in superficie. Nigel ed Emily rappresentano, ognuno a modo suo, un’estensione di Miranda, ma fanno fatica ad affrancarsi da lei; mentre, però, il primo ha trovato una sorta di pace interiore (o rassegnazione?), la seconda sente ancora di dover dimostrare il proprio valore, soprattutto a chi non ha voluto credere in lei fino in fondo.

Il Diavolo veste Gaga

Completano il cast alcune new entries di rilievo, da Kenneth Branagh, che veste i panni di Stuart, il “nuovo signor Priestly”, a una Lucy Liu più splendida che mai, fino a un esilarante Justin Theroux, nei panni di un Mecenate “spaziale”. Nessuna traccia di Nate (Adrian Grenier) e del viscido Christian Thompson (Simon Baker) ma, in fondo, qualcuno ne sentiva davvero la mancanza?

All’epoca de Il Diavolo veste Prada, Anna Wintour, famigerata ex direttrice di Vogue e fonte d’ispirazione per il personaggio di Miranda Priestly, non era particolarmente felice del progetto, e molti brand e personaggi famosi si erano rifiutati di apparire nel film per paura di finire nella sua blacklist. Nel tempo, l’icona della moda sembra aver fatto pace con il suo alter ego, partecipando attivamente alla promozione del sequel. Questo “tana libera tutti” ha fatto sì che la nuova pellicola pulluli di guest star, da Donatella Versace (alla fine quel tavolo è stato completato) ad Ashley Graham, a Marc Jacobs.

Spicca, su tutti, il cameo di Lady Gaga, protagonista di una dinamica performance canora e di un breve scontro verbale con Miranda, destinato a diventare una scena cult. La popstar appare anche nella colonna sonora, firmando, in collaborazione con Doechii, il singolo di traino della OST, intitolato, neanche a dirlo, Runway.

Il Diavolo veste Prada 2: cosa si nasconde tra le pagine di Runway

Se, ne Il Diavolo veste Prada, la vera protagonista era l’alta moda, scintillante e sfarzosa, nel nuovo capitolo è, senza dubbio, il “dietro le quinte”. Vent’anni fa avevamo ammirato la copertina di Runway, fantasticando su vestiti e vite (apparentemente) da sogno; stavolta, invece, il pubblico può toccare con mano la rivista, sfogliarla, e comprendere l’incredibile lavoro che si cela dietro ogni pagina. Il magazine non è fatto solo di outfit e scatti d’autore: ci sono interviste, approfondimenti, e decine di persone che, ogni giorno, trascorrono ore in ufficio, sepolti tra pile di scartoffie e progetti, per cercare di offrire al lettore qualità e innovazione.

Un’impresa ardua, quella di Andrea e soci, in un’epoca in cui, grazie all’intelligenza artificiale, è possibile ottenere in pochi istanti un contenuto, abbattendo i costi e velocizzando il processo, a discapito però dell’originalità. È questo, in fondo, il fulcro de Il Diavolo veste Prada 2: il film porta in scena l’attualissimo scontro tra la precisione della macchina, ingranaggio perfetto, ma asettico e impersonale, e l’ingegno umano, talvolta impreciso, ma vero. Miranda combatte con le unghie e con i denti per salvare la propria creatura, che ha curato con devozione e amore quasi materno, e così fanno Andrea, Nigel e chiunque sia legato a Runway o, nella vita reale, al suo lavoro. I tempi di «Tutti vogliono questa vita. Tutti vogliono essere noi» saranno pure finiti, ma sacrificare il proprio estro e il proprio io in nome di un algoritmo è fuori discussione.

Nel film, Andy commenta negativamente la scelta di rimodernare un palazzo d’epoca, convertendolo in una serie di abitazioni instagrammabilissime, ma senz’anima: cancellare la storia di New York è una pugnalata al cuore della città, così come ridurre Runway a un blog vuol dire uccidere la vena artistica di designer, giornalisti e collaboratori vari. Restare cristallizzati nel passato è sciocco e controproducente, ma a soccombere non può e non deve essere la fantasia. Per quanto imperfetta e incostante, dopotutto, è la creatività a tenere viva l’Arte e, proprio per questo, non passerà mai realmente di moda. Proprio come un maglioncino ceruleo.

«È tutto».

Federica Checchia