Una società interconnessa come quella odierna diventa, anno dopo anno, sempre più consapevole delle modalità utilizzate dalle multinazionali per produrre i loro beni. La consapevolezza, però, non si limita a un’insieme di informazioni generiche. Anzi, permette di conoscere come e quanto un territorio viene sfruttato e impoverito, o se i lavoratori sono costretti a lavorare in ambienti rischiosi e privi di norme a loro tutela. I consumatori più consapevoli, quindi, sono ben più predisposti a spendere per degli articoli prodotti eticamente e in modo sostenibile. È per rispondere a questa esigenza che nasce il brand activism, una presa di posizione sempre più diffusa.

Attivismo con i brand: tra etica e sostenibilità

Il brand activism è un concetto conosciuto da un numero sempre crescente di persone, ma nello specifico di cosa si sta parlando? Il termine di cui sopra viene utilizzato per racchiudere un insieme di scelte compiute dalle multinazionali. L’obiettivo è quello di rispettare ideali e scelte etiche, sia in fase produttiva che di vendita. Per molti acquirenti l’elemento imprescindibile è la consapevolezza che, per quanto possibile, possono scegliere in quale marchio sostenibile destinare i loro soldi. I compratori più attenti, però, avranno fatto caso alla differenza tra brand activismissue management. Nel primo caso l’azienda individua questioni sociali, politiche o ambientali che sostiene attivamente e pubblicamente. Nel secondo caso il brand sceglie i temi in trend in un determinato periodo e/o ambiente e punta su quello, specie se rispecchia il proprio target, così come spiegato da insidemarketing.

Come funziona il brand activism?

Il ruolo delle aziende, dapprima relegato alla mera produzione di beni, si è evoluta come fautore di “processi di cambiamento”. In un contesto economico/produttivo ormai saturo, dove la quantità e la velocità nel soddisfare le richieste viene messa al primo posto, nasce l’urgenza di tener conto anche del bene comune. Il concetto potrebbe apparire approssimativo e di difficile realizzazione, ed effettivamente è tutt’altro che semplice. A seconda dell’attivismo che il brand decide di adottare si parla di attivismo: sociale, ambientale, politico, economico, giuridico e aziendale. Ognuno di questi può essere o diventare il cuore pulsante del brand, imponendo allo stesso di rispettare criteri specifici in tutte le fasi di produzione. Di esempi concreti ne esistono, eccone alcuni.

Il cioccolato 100% senza schiavitù

Tra i tanti brand che hanno scelto di contribuire al miglioramento collettivo è doveroso citare Tony’s Chocolonely, azienda che ha come motto “facciamo cioccolato 100% senza schiavitù”. Una frase breve ma d’impatto che riassume concretamente il loro obiettivo. Le fave di cacao necessarie per la produzione del cioccolato vengono coltivate nei territori dell’Africa occidentale dove la popolazione viene sfruttata e, trattandosi di un contesto povero, non vi è la possibilità di opporsi. Ma di questo ne parleremo in un altro articolo. La stessa forma della tavoletta di cioccolato è parte del messaggio che vogliono trasmettere. La barretta, infatti, non è suddivisa in quadrati della stessa dimensione, bensì in pezzi di varie forme e grandezze. Questo per raffigurare visivamente la disparità di arricchimento tra produttori di materie prime e industrie del cioccolato, come riportato anche da piccole avventure di famiglia.

La campagna di Lush

Da attenzionare per attivismo politico e sociale c’è anche Lush con il suo slogan “BASTA AFFAMARE GAZA”. L’azienda ha scelto di chiudere tutti i suoi punti vendita il 22 settembre 2025. Un segno di protesta e vicinanza per il genocidio ancora in corso. La presa di posizione non è limitata, però, da un solo messaggio simbolico. In alcuni paesi il brand ha venduto il Watermelon Slice, un sapone i cui ricavati sono stati destinati a progetti a sostegno della salute mentale dei bambini in Palestina. L’intento, secondo quanto dichiarato dal sito ufficiale del brand, è quello di renderlo nuovamente disponibile in Italia. Ciò per poter garantire un’ulteriore raccolta fondi destinata ad aiuti medici e ad associazioni pronte a fornire, quando sarà possibile, protesi a bambini e adulti a Gaza. Indubbiamente portare avanti progetti simili non è semplice in termini di tempo e soldi, ma è fondamentale. L’ingiustizia, un tempo nascosta, oggi è sotto lo sguardo attento dei compratori. Pertanto è sempre più importante scegliere accuratamente dove destinare parte dei nostri soldi.

Stefania Cirillo