Musica

”Canzone dei dodici mesi”: un anno con Francesco Guccini

Canzone dei dodici mesi, una delle tracce contenute nell’album Radici, datato 1972. Francesco Guccini descrive, in seguito, il trascorrere di un anno con immagini peculiari e riflessioni sulla vita. Un viaggio lungo dodici mesi ricco di riferimenti letterari.

Canzone dei dodici mesi: il mito del tempo

Una canzone che è un inno laico e celebrativo del tempo. Contenuta in Radici, Francesco Guccini dedicò questo album al tema delle origini, del passato, delle memorie autobiografiche. In Canzone dei dodici mesi si fonde uno stile aulico, letterario e popolare, al contempo; il brano riprende i sonetti medioevali servendosi, successivamente, di una figura retorica come la Prosopopea per rappresentare l’incedere inesorabile del tempo. Arcaismi, cultura popolare, citazioni ed elementi bucolici si amalgamano, in seguito, con la nostalgia dell’autore per descrivere la natura: uno schema circolare, un eterno ritorno della vita imbevuto di panismo nel descrivere le caratteristiche di ogni mese. Il tema del tempo, della malinconia e della nostalgia rivolta al passato è molto ricorrente nella poetica Gucciniana.

Nel brano Incontro il cantautore emiliano discorre con una vecchia amica incontrata dieci anni dopo. Francesco riflette sul tempo trascorso: emblematiche le espressioni ”la tristezza poi ci avvolse come miele per il tempo scivolato su noi due” e ”Stoviglie color nostalgia”. La ”città tanto triste” cantata nel testo è Modena: il ”bastardo posto” di Piccola città. Francesco Guccini, che mai l’aveva amata, riflette quanto ora sia triste quel luogo, poiché intriso di nostalgia. In Un altro giorno è andato si concentra sulla gioventù svanita:

”Le porte dell’estate dall’inverno son bagnate, fugge un cane come la tua giovinezza”.

Mentre in Canzone delle osterie di fuori porta sottolinea sì il tempo, ma incentrato su un cambiamento morale aderendo quasi ad uno scontato conformismo:

”Qualcuno è andato per età,
qualcuno perché già dottore,
insegue una maturità,
si è sposato fa carriera ed è una morte un po’ peggiore”.

Il filo conduttore del tempo e della nostalgia della gioventù lo si ritrova anche nella straziante E un giorno, così come nelle minori Il compleanno – seppur sotto una forma diversa – e Le belle domeniche: anche qui, il ticchettare delle ore fa da padrone evidenziando, in questo caso, l’attesa vacua.

Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale

Il rimpianto verso il passato si ritrova anche in una delle ultime canzoni di Francesco Guccini, L’ultima volta, contenuta nell’album L’ultima Thule datato 2012. Qui si ricordano immagini di vita quotidiana: Francesco bambino a Pavana con i sandali, simbolo dell’infanzia trascorsa; un amore estivo con una ragazza svanita che sembrava durare per l’eternità; la madre cantare, il padre leggere il giornale e l’immagine del protagonista che torna ai suoi studi. In Canzone dei dodici mesi, lo scandire del tempo è ciclico come questa immagine: la morale sembra essere racchiusa sì nell’eterno ritorno, nei giorni che si susseguono e cambiano gli uomini; tuttavia è solo il tempo a fluire corrodendo cose e persone e cristallizzandole nella vecchiaia imperante.

Radici copertina dell'album in cui è contenuta Canzone dei dodici mesi - Photo Credits: francescoguccini.it
Radici copertina dell’album in cui è contenuta Canzone dei dodici mesi – Photo Credits: francescoguccini.it

Gli anni passano ciclicamente seguendo lo stesso schema che fissa l’uomo in un continuo circolo dell’uguaglianza. Fin dall’antichità, il tempo si era immaginato come un elemento ciclico, destinato alla ripetizione eterna. La rappresentazione che designa la ciclicità del tempo è l’uroboro la cui etimologia, derivante dal greco, indica un serpente che si morde la coda. Il serpente intento a divorare sé stesso raffigura quell’energia universale che si usura e si rinnova in un movimento sempiterno del nascere o perire. Il simbolo e la suddetta immagine richiama al concetto di Eterno Ritorno esplicato in Così parlò Zarathustra di Nietzsche.

Canzone dei dodici mesi: mesi e stagioni come metafora dell’esistenza

La bellezza di questa poesia in musica sta, sicuramente, nella maestria dovuta alla mescolanza delle peculiarità tipiche di ogni stagione, accostate a visioni personali dell’autore. L’anno apre le sue porte a un Gennaio silente e solenne: paragonato a un fiume addormentato, nella scena, la presenza di alcune sagome nere di alberi, simbolo di desolazione e stanchezza. Si procede con il dualismo di Febbraio: l’inverno è lungo, ma il sole tenue e malato che fa capolino dal cielo, fa sorgere la speranza di una prossima primavera. Il mondo a Febbraio è ancora a ”capo chino”: il freddo impedisce le coltivazioni, tuttavia, l’arrivo del Carnevale porta allegria. Qui la prospettiva bucolica: la preoccupazione del raccolto sembra dar voce agli anziani nonni di Guccini, residenti sull’Appennino Tosco-Emiliano. Un luogo caro all’autore, ”tirato su a castagne ed erba spagna”, come cita nostalgicamente in Addio.

La stagione primaverile, allegoria della rinascita

Con Marzo si ha una continuità con la sfera agreste. Le piogge sono la salvezza dei campi, la neve si scioglie: la rinascita è in atto. Sopravviene il ”dolce Aprile”. Qui, Guccini, evoca il popolare detto ”Aprile dolce dormire”, con un’immagine sublime:

”Nei tuoi giorni è bello addormentarsi dopo fatto l’amore come la terra dorme nella notte dopo un giorno di sole”.

Inserisce anche riferimenti letterari: cita sottilmente un T. S. Eliot che, nell’incipit della Terra Desolata, affermò come Aprile fosse il più crudele dei mesi. L’armonia dei toni aulici e gli aspetti popolari senza sconfinare nella forzatura e nell’ostentazione letteraria. L’arrivo di Maggio coincide con il rigoglio primaverile. In questa strofa l’autore si riferisce ad Angelo Poliziano, il poeta che nella ballata Ben venga maggio esorta a godere il tempo giovanile. ”La rosa dei poeti il fiore” che sboccia in questo mese, porta il cantautore ad incastonare nel testo ulteriori riferimenti letterari: Folgore da San Gimignano e Cenne de la Chitarra, poeti toscani noti per i loro componimenti sui mesi e le stagioni.

Canzone dei dodici mesi: un inno celebrativo alla vita

Giugno, la maturità dell’anno: una sorta di riverenza a questo mese che dà inizio all’estate e che vede la nascita dello stesso Guccini, il 14 giugno. L’inizio dell’estate porta con sé spighe e grano maturo: sottolinea l’importanza dei raccolti di un’Italia contadina ma, anche, un ulteriore riferimento agli ambienti pastorali. Luglio il ”Leone”: riferito al segno astrologico che lo contraddistingue. I colori chiari e l’estate che scorre, lasciano posto ad Agosto, mese in cui si riverbera l’apice dell’entusiasmo vitale. Settembre, il mese del ripensamento: il ritorno al quotidiano in cui, perplessi, si ricomincia a vivere e a rimescolarsi nel gioco della vita con una lista di buoni, possibili, propositi.

Canzone dei dodici mesi - Photo Credits: accendiamo-le-idee.blogspot.com
Canzone dei dodici mesi – Photo Credits: accendiamo-le-idee.blogspot.com

Ottobre incede con il cielo color cinerino dell’autunno: si loda qui la grande bellezza del mese. Per gli amanti del vino come Guccini è il mese che celebra la vendemmia; la bevanda dionisiaca nei testi gucciniani è quasi sempre presente, così come la gioventù: una poetica che ricorda molto quella di Lorenzo de’ Medici in Trionfo di Bacco e Arianna. L’inno all’ebbrezza feconda di ottobre cede il suo posto alle inquietanti nebbie di Novembre, il mese dei morti. Non più la pioggia fertile di marzo. La pioggia, adesso, è l’acqua della tristezza propria delle lacrime versate nei cimiteri – i giardini consacrati al pianto – ma colui che piange, è consapevole che un giorno farà la stessa fine. Il dodicesimo ed ultimo mese, Dicembre: chiude il cerchio e ci si addormenta, come in un letargo. Tutto sonnecchia, natura compresa. Questa sonnolenza è risvegliata dalla nascita di ”Cristo, la Tigre” ulteriore omaggio a T. S. Eliot.

Stella Grillo

Foto in copertina: Canzone dei dodici mesi, F.Guccini -Photo Credits: francescoguccini.it

 

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Stella Grillo

Io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente.) Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all'altra. Mi chieda pure quello che vuol sapere e glielo dirò. Ma non le dirò mai la verità, di questo può star sicura. Italo Calvino

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