Crisi climatica e capitalismo: qual è il loro rapporto?

Foto dell'autore

Di Martina Cordella

La narrazione comune vuole che la crisi climatica sia da attribuire all’essere umano, tanto che Paul Crutzen, premio Nobel per la chimica, ha coniato il termine “Antropocene” per indicare la nuova epoca geologica in cui viviamo. Un’era che è stata plasmata dalle nostre attività. In questa definizione viene presa in considerazione un’umanità indifferenziata, ma la verità è che bisogna attribuire la responsabilità solo a una parte della popolazione globale: l’1% più ricco causa più del doppio di emissioni del 50% più povero. Non è l’umanità il problema, ma il capitalismo.

Capitalismo - Photo Credits WWF
Capitalismo – Photo Credits WWF

Capitalismo e Capitalocene: la visione di Jason Moore

Jason Moore è uno storico dell’ambiente e docente di economia politica presso l’Università di Binghamton negli Stati Uniti. Secondo lui il riscaldamento globale è il coronamento del capitalismo, per questo motivo si dovrebbe parlare di “Capitalocene” e non di “Antropocene”. Considerare l’umanità egualmente colpevole dell’emergenza ambientale in cui viviamo significa colpevolizzare, in qualche modo, le vittime di sfruttamento, violenza e povertà. Ad essere colpevole, piuttosto, è il sistema capitalista e ineguale nato nel Nord del mondo.

Moore con il suo Capitalocene non vuole sostituire la denominazione geologica, piuttosto vuole porre l’attenzione sullo sviluppo storico, intrecciato con quello economico. Nella storia del capitalismo, chiunque non fosse bianco, maschio e borghese veniva trasformato in opportunità di profitto. E questo fin dal 1492, con la scoperta dell’America e la creazione di un sistema economico globale: i popoli di colore, gli indigeni e praticamente tutte le donne vennero espropriati dalla loro umanità e assegnati alla natura, considerata come qualcosa da sfruttare. La crisi climatica si trasforma così in una storia di dominazione della natura ma anche delle persone.

Ingiustizia e razzismo ambientale

Da allora, il modello capitalista si è espanso, ma l’ingiustizia sociale è rimasta. Le zone più colpite dalla crisi climatica e dal degrado ambientale sono quelle economicamente più svantaggiate e con poca influenza nelle decisioni politiche. Per esempio, i nostri rifiuti vengono spediti nei paesi più poveri, che a volte ci costruiscono un vero e proprio mercato, pericoloso per la salute umana e per l’ambiente. Questa è la prova di come il capitalismo ha creato una società del consumo ad ogni costo. Non importa se a rimetterci sono le persone o se viene compromesso l’ambiente. Quello che conta è l’accumulo di capitale.

Il modello capitalista è così responsabile della crisi climatica, con le sue fabbriche per la sovrapproduzione, l’immensa quantità di risorse utilizzate e con la sua deforestazione per far spazio a pascoli e coltivazioni. L’Amazzonia lo sa bene, dato che la sua distruzione è data soprattutto dalla volontà delle multinazionali di far spazio agli allevamenti. Ne risulta così un intreccio intricato e radicato tra emergenza ambientale e capitalismo.

Martina Cordella