L’11 gennaio 1999, Fabrizio De André moriva all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, al termine di una lunga malattia, circa un mese prima del suo cinquantanovesimo compleanno. Un lutto che ha colpito l’intera popolazione italiana, rimasta orfana del suo poeta più complesso e dissacrante. Faber non era solo un cantautore, ma un saltimbanco delle parole: le usava a proprio piacimento, con schiettezza, senza appesantirle con inutili orpelli stilistici.
Franco e diretto, non aveva alcun timore di andare «in direzione ostinata e contraria», cantando il mondo visto attraverso i suoi occhi, e dando voce e dignità anche ai dimenticati, agli emarginati, agli ultimi. Proprio a loro è dedicato La Buona Novella, concept album nato a seguito della lettura di alcuni Vangeli apocrifi, in particolare il Protovangelo di Giacomo ed il Vangelo arabo dell’infanzia.
Il Testamento di Tito: la parabola degli ultimi, secondo Fabrizio De André

«Avevo urgenza di salvare il cristianesimo dal cattolicesimo» – dichiarò lo stesso Fabrizio De André – «I vangeli apocrifi sono una lettura bellissima con molti punti di contatto con l’ideologia anarchica». Tra le tracce più interessanti del disco, c’è sicuramente Il Testamento di Tito, una potente rielaborazione dei Dieci Comandamenti, che scardina le certezze legate ai principi biblici.
Nei Vangeli apocrifi, curiosamente, il personaggio meno visibile è proprio Gesù, che vede il suo ruolo molto ridimensionato rispetto alle scritture canoniche; molto più rilevanti Giuseppe e Maria, descritti in modo più umano. Seguendo questa linea narrativa, nel brano De André non fa mai direttamente il suo nome, riferendosi a lui come «quel nazzareno». Il punto di vista, al contrario, è quello del buon ladrone Tito, crocifisso alla destra di Cristo.
L’analisi dei Comandamenti (1-5)
Non avrai altro Dio all’infuori di me
Spesso mi ha fatto pensare
Genti diverse venute dall’est
Dicevan che in fondo era uguale
Credevano a un altro diverso da te
E non mi hanno fatto del male
Credevano a un altro diverso da te
E non mi hanno fatto del male
Il primo comandamento viene accompagnato da un quesito: in quanti modi diversi ci si può riferire allo stesso Dio? Le religioni, in fondo, si rivolgono tutte ad un’unica entità sovrannaturale; semplicemente, le conferiscono un nome diverso.
Non nominare il nome di Dio
Non nominarlo invano
Con un coltello piantato nel fianco
Gridai la mia pena e il suo nome
Ma forse era stanco, forse troppo occupato
E non ascoltò il mio dolore
Ma forse era stanco, forse troppo lontano
Davvero lo nominai invano
In questo caso, Faber, ribalta il significato di “nominare Dio invano”: il problema non è tanto appellarsi a lui, quanto chiamarlo e rimanere inascoltati, fino ad arrivare a pensare che egli sia disinteressato alle nostre afflizioni. Un’idea che ci sfiora ogni volta che ci troviamo di fronte a una calamità naturale, a un attentato, e via dicendo.
Onora il padre, onora la madre
E onora anche il loro bastone
Bacia la mano che ruppe il tuo naso
Perché le chiedevi un boccone
Quando a mio padre si fermò il cuore
Non ho provato dolore
Quando a mio padre si fermò il cuore
Non ho provato dolore
Il comandamento originale, di base, non ha torto, naturalmente; nell’applicazione pratica, tuttavia, c’è da tener conto della complessità di alcune famiglie. Storie di abusi, di violenza, di dolore. «Quando a mio padre si fermò il cuore non ho provato dolore» è un verso terribile ma, in casi estremi, può rappresentare la verità.
Ricorda di santificare le feste
Facile per noi ladroni
Entrare nei templi che rigurgitan salmi
Di schiavi e dei loro padroni
Senza finire legati agli altari
Sgozzati come animali
Senza finire legati agli altari
Sgozzati come animali
De André inverte il terzo e il quarto comandamento. In questo, svela tutta l’ipocrisia delle feste comandate, riservate alle persone “perbene” e negate ai criminali che, al di là delle loro azioni, restano comunque figli di Dio.
Il quinto dice non devi rubare
E forse io l’ho rispettato
Vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie
Di quelli che avevan rubato
Ma io, senza legge, rubai in nome mio
Quegli altri nel nome di Dio
Ma io, senza legge, rubai in nome mio
Quegli altri nel nome di Dio
Faber rilegge il settimo comandamento, che nel brano diventa il quinto, attraverso il buonsenso: non è forse meno nocivo il ladruncolo condannato dalla legge, rispetto agli uomini di palazzo che raggirano tutti indisturbati?
L’analisi dei Comandamenti (6-10)
Non commettere atti che non siano puri
Cioè non disperdere il seme
Feconda una donna ogni volta che l’ami
Così sarai uomo di fede
Poi la voglia svanisce e il figlio rimane
E tanti ne uccide la fame
Io, forse, ho confuso il piacere e l’amore
Ma non ho creato dolore
La Chiesa è da sempre contraria all’atto sessuale fine a se stesso; secondo i suoi precetti, l’obiettivo ultimo non è il piacere, ma la procreazione. Tito, però, sottolinea il fatto di non aver «creato dolore», mettendo al mondo un figlio che non avrebbe potuto mantenere o che non avrebbe saputo amare.
Il settimo dice non ammazzare
Se del cielo vuoi essere degno
Guardatela oggi, questa legge di Dio
Tre volte inchiodata nel legno
Guardate la fine di quel nazzareno
E un ladro non muore di meno
Guardate la fine di quel nazzareno
E un ladro non muore di meno
Questo è l’unico comandamento che Tito non vuole ammettere di aver infranto; il più atroce, il più disumano. Il cantautore, però, sposta l’attenzione sulla pena di morte, un omicidio legalizzato: una legge di Dio «tre volte inchiodata nel legno».
Non dire falsa testimonianza
E aiutali a uccidere un uomo
Lo sanno a memoria il diritto divino
E scordano sempre il perdono
Ho spergiurato su Dio e sul mio onore
E no, non ne provo dolore
Ho spergiurato su Dio e sul mio onore
E no, non ne provo dolore
È meglio dire la verità, e magari contribuire all’uccisione di un uomo, colpevole o innocente che sia, o è più umano mentire, ma salvare una vita? De André non ha dubbi a riguardo, e non teme di entrare in conflitto con coloro che conoscono alla perfezione la parola di Dio, ma «scordano sempre il perdono».
Non desiderare la roba degli altri
Non desiderarne la sposa
Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi
Che hanno una donna e qualcosa
Nei letti degli altri già caldi d’amore
Non ho provato dolore
L’invidia di ieri non è già finita
Stasera vi invidio la vita
Gli ultimi due precetti vengono accorpati, uniti dal filo rosso dell’invidia che Tito confessa candidamente di aver provato e di provare. In particolare, nel giorno della sua morte, si ritrova a desiderare di essere al posto di chiunque altro, purché vivo.
Ma adesso che viene la sera ed il buio
Mi toglie il dolore dagli occhi
E scivola il sole al di là delle dune
A violentare altre notti
Io nel vedere quest’uomo che muore
Madre, io provo dolore
Nella pietà che non cede al rancore
Madre, ho imparato l’amore
L’undicesimo comandamento introdotto da De André, desumibile dagli ultimi versi della canzone, rimanda proprio a quei Vangeli apocrifi che lo hanno ispirato. Se le leggi divine non si dimostrano solidali con una vita che si sta spegnendo, il cuore di un ladrone, e dell’ascoltatore, per quanto impuro, sporcho e indurito dalla vita, sa trovare in sé l’umanità e l’amore per compatire la sofferenza dell’altro, arrivando a perdonarlo e a perdonarsi, prima di andare, finalmente, in pace.
Federica Checchia
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