Fabrizio De André, icona del cantautorato genovese, è senz’altro una figura affascinante che ha dato voce, grazie alla sua musica, agli ultimi, a chi era dimenticato dalla società, ai diseredati che si trovavano a dover fronteggiare le numerose difficoltà della vita senza nulla tra le mani. 

De André, l’uomo oltre il mito

Fabrizio De André nasce a Genova nel 1940, da una famiglia borghese originaria del Piemonte, regione in cui si rifugiano durante la Seconda guerra mondiale, per poi fare ritorno a Genova quando terminò. 

All’età di quattordici anni la madre gli regalò la sua prima chitarra, con cui iniziò a muovere i primi passi nella musica, da lui molto amata. Dopo il liceo si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza, ma ben presto capì che non era la sua strada e che ciò che davvero voleva fare, e che lo rendeva felice, era suonare, motivo per cui abbandonò l’università per dedicarsi allo studio dei più disparati strumenti musicali.

L’inizio della carriera

Negli anni ’60 incise le prime canzoni, “Fu la Notte” e “Nuvole Barocche”, che diedero il via alla sua carriera cantautorale, rendendolo, nel tempo, un’icona indiscussa della musica italiana. Si è sempre dedicato con passione e caparbietà alle cause sociali, sempre presenti nella sua musica, dando spazio a chi una voce non l’ha mai avuta e per sopravvivere doveva fare a pugni con la vita, in un mondo che sempre più spesso lasciava indietro chi, in realtà, aveva più bisogno d’aiuto. Nel 1962 ebbe un figlio, Cristiano, dalla sua prima moglie, Enrica Rignon, da cui divorziò negli anni Settanta ma con cui mantenne sempre, però, un rapporto d’affetto e amicizia.

Poco tempo dopo il divorzio incontrò la cantante Dori Ghezzi, da cui ebbe una figlia e con cui condivise oltre venticinque anni della sua vita e con cui fu rapito, nella sua villa in Sardegna, nell’estate del 1979. Nel gennaio del 1999 morì a causa di un carcinoma polmonare, lasciando un grande vuoto nel mondo musicale italiano, ma anche una grande eredità intellettuale e artistica che durerà nel tempo grazie alla profondità e alla grandezza della sua arte. 

La sua musica

Da sempre impegnato nel sociale, la musica dell’artista genovese rispecchia a tutto tondo la sua personalità e i suoi ideali. Moralmente integro, socialmente impegnato, con uno sguardo rivolto sempre ai più deboli, Fabrizio de Andrè ha fatto delle sue canzoni uno strumento per parlare al grande pubblico di realtà spesso dimenticate o nascoste sotto la sabbia perché troppo scomode da guardare.

La lista dei suoi grandi capolavori è lunga e ognuno di essi racconta la storia profonda e tormentata di esseri umani in difficoltà, in attesa che qualcuno gli corra incontro tendendogli una mano d’aiuto.

Il suo primo vero successo musicale arriva nel 1964 con “La Canzone di Marinella”, brano che racconta la tragica fine di una prostituta di nome Maria Boccuzzi, avvenuta nel 1953. Il cantautore trasforma la storia di questa ragazza in una fiaba cantata a mo’ di filastrocca in cui Marinella, da ragazza povera ritrovatasi sola e abbandonata, si trasforma in una bellissima principessa amata da un re, come a voler riscattare la sua tragica vita. 

L’impegno sociale nella sua arte

Altro grande capolavoro è “Bocca di Rosa”, canzone in cui si narra la storia di una ragazza sessualmente disinvolta, andando controcorrente rispetto alla mentalità ristretta e bigotta del periodo storico e del luogo in cui viveva. Spesso additata come un poco di buono, venne mandata via dalla sua cittadina, per poi essere accolta  benevolmente in un altro luogo. Il senso di questa canzone è quello di denunciare la mentalità bieca e retrograda di una borghesia piena di pregiudizi e finti moralismi inutili.

Andando avanti alla scoperta dei grandi capolavori di De Andrè, troviamo “Tito”“Il Pescatore”“Don Raffa蔓Dolcenera”“La Canzone del Padre”, “Amore che Vieni, Amore che Vai”“Crêuza do M䔓Gorilla”, e tante altri, in cui prevale sempre la denuncia sociale e la sua battaglia per gli ultimi, i dimenticati, i diseredati, lasciati indietro da chi non ha cura degli altri ma, spesso, solo dei propri interessi, non provando mai empatia per chi ne ha realmente bisogno. 

Ogni brano, ogni strofa, ogni nota che caratterizzano i suoi grandi lavori cantautorali sono la dimostrazione non solo del grande artista che era, ma anche di quanto sia importante utilizzare i propri strumenti e, in questo caso, la propria arte per dar voce ai più deboli. Fabrizio De André lascia una grande eredità, non solo artistica, ma, soprattutto, morale, che ci si augura non venga dimenticata ma che, anzi, venga tramandata e proseguita da altri artisti.

Articolo di Ambra Gabriella Samonà