Cultura

Giorgio Caproni e la poesia come “Un ruggito dolce di belva”

Giorgio Caproni (1912-1990), è stato un poeta tra i meno noti nel panorama novecentesco, la cui figura è però di assoluta importanza e vale la pena ricordarla nel giorno dell’anniversario della sua nascita. “Sono targato Livorno 1912”, diceva di sé. Nato il 7 gennaio 1912 nella città toscana, dove trascorse l’infanzia, Caproni cresce e si forma a Genova, dove la sua famiglia si trasferì nel 1922. “Genova sono io. Sono io che sono ‘fatto’ di Genova”, dirà in un’intervista del 1965 a Ferdinando Camon. Tra i vari temi tipici dell’autore ci sono la meditazione sul lutto e sulle possibilità – sempre frustrate – della conoscenza e del linguaggio, sulla sofferta ricerca di un Dio che non c’è e l’opprimente percezione del nulla.

Giorgio Caproni @Wikipedia

L’idea del lutto che accompagna Giorgio Caproni

Un uomo solo,
chiuso nella sua stanza.
Con tutte le sue ragioni.
Tutti i suoi torti.
Solo in una stanza vuota,
a parlare. Ai morti.

Condizione è il titolo di questa poesia di Giorgio Caproni pubblicata ne Il muro della terra nel 1975. Già da questa primo componimento si imposta il tema della poesia, costruita – come spesso accade in Caproni – su una situazione contraddittoria, evidenziata dal punto fermo che spezza la frase nell’ultimo verso. L’uomo è solo, imprigionato, chiuso in una stanza e parla. Ma la comunicazione prevede una figura di interlocutore. E infatti, l’uomo solo non parla con sé stesso ma con i morti, figure della memoria, testimoni muti di un divenire storico e personale irredimibile. Ma anche confronto che costringe l’uomo a fare i conti con la transitorietà e contingenza della sua condizione.

Quello del colloquio muto con i morti è un tema caro alla poesia di Caproni. Il seme del piangere (1959) nasce dalla costruzione del personaggio della madre defunta, Annina. E Come un’allegoria (1936), prima raccolta del poeta, si apriva già con una dedica ad Olga Franzoni, giovane promessa sposa morta di setticemia.

L’idea del lutto accompagna la poesia di Caproni fin dagli esordi, dunque. Si legge in una lettera a Betocchi datata 1 aprile 1937: “Ah se potessi dire un giorno il mio amoroso sgomento, il mio lucente panico, il terrore calmo e meditato dello spazio e del vuoto”. E fin da questa lettera l’idea della morte è subito collegata a questioni che la oltrepassano: lo sgomento, il terrore , ma anche lo sforzo di razionalizzare questo panico. La concretezza degli spazi dentro cui si sta soli e intrappolati, ma anche spazi in cui conversare; il nulla, la riflessione metafisica sul vuoto; e infine la possibilità stessa di dire e comunicare (“Ah se potessi dire”).

La contraddittorietà del reale e l’interrogazione della coscienza

Caproni interroga dunque quella contraddittorietà del reale che rimane sempre fuori portata. “La realtà esiste, certo, ma dove?” , si chiede in una recensione alle poesie di Machado. E questo sforzo continuo di ricerca si risolve, di nuovo, in una logica paradossale. In un articolo pubblicato su La Fiera Letteraria nel 1947, intitolato Il quadrato della verità, Caproni spiegherà che quello che la poesia può fare non è rappresentare, ma semmai, generare la realtà.

“Tessendo più che un discorso logico, un ruggito dolce di belva, il mugghio di quell’animale estremamente dotato e complesso che è l’uomo: cioè qualcosa di ben più ‘convincente’ di qualsiasi eloquio”.

Ricerca e interrogazione del male, dunque, della conoscenza, ma ancora, e di nuovo, la creazione di un “ruggito dolce di belva’’. Questo ‘’ruggito’’ dell’uomo è ‘’dolce’’. Un’altra contraddizione e al contempo un’indicazione importante. In questo modo Caproni descrive infatti la sua poetica, protesa nello sforzo di affidare la significazione al suono dei versi. A tal proposito il poeta racconta a L’Unità di aver scritto la prima poesia proprio mentre studiava composizione.

“Poi il musicista è caduto ed è rimasto in me il paroliere, ma non è un caso che tutto questo sia accaduto a Genova, città di continua musicalità per il suo vento. Andavo sul punto dell’Alba, dove alla ringhiera ci sono dei dischi che fischiano una musica straordinariamente moderna. I miei versi sono nati in simbiosi con il vento”.

Venuta poi meno la musica – a cui l’autore dovette rinunciare per contribuire al bilancio familiare – gli rimase quindi il “vizio del paroliere”, alimentato dalla scoperta, in “disordinate e infatuate letture”, di Ungaretti, Montale, Sbarbaro e infine Saba.

Le città di Caproni, il cuore tra Livorno e Genova

Le sue città del cuore rimangono Genova e Livorno. La prima descritta come la città “di tutta l’intera vita / mia, consumata in salita” (Andando a scuola, vv. 21-22), l’altra riscoperta in età adulta, in occasione di una visita alla tomba dei nonni nel 1949. “Scendo a Livorno e subito ne ho un’impressione rallegrante. Da quel momento amo la mia città, di cui non mi dicevo più”, recita un appunto di quell’anno. Così, la poesia degli anni Cinquanta è tutta incentrata su Livorno e sul recupero della memoria dell’infanzia, legata alla figura della madre Anna Picchi, la Annina cui è dedicata la raccolta Il seme del piangere. Nel delicato ritratto della madre da ragazza – “una personcina schietta / e un poco fiera (un poco / magra)”, “priva […] di vanagloria / ma non di puntiglio” (La gente se l’additava, vv. 11-16), profumata di cipria e accompagnata dai “suoni fini / (di mare) dei suoi orecchini” (Per lei 5-6) mentre si affretta, la mattina, al lavoro di sarta – prende corpo una poesia fine e popolare, come la sua protagonista.

Gli anni romani

Nel 1938 si trasferì a Roma e finita la Seconda guerra mondiale scelse l’insegnamento come principale professione. Continuò nel frattempo a scrivere poesie, racconti e a collaborare a riviste letterarie. Spesso faceva ritorno a Genova per stare con la moglie. Viaggiava in treno di notte, momento di grande ispirazione come nel primo sonetto della raccolta Il passaggio d’Enea, intitolato Alba. Il titolo del libro si rifà proprio ad una statua situata a Genova in cui Enea porta sulle spalle il padre. I temi principali del componimento – e ricorrenti in tutta la sua produzione – sono invece la passione per i mezzi di trasporto pubblici come il treno o il tram e lo scenario dell’alba.

Composta nel 1945 la poesia è ambientata in un bar nei pressi della stazione, a Roma, dove il poeta aspetta l’arrivo della moglie. L’immagine del tram che apre e chiude in continuazione le porte passando di fermata in fermata è l’emblema della solitudine infinita.

“A Roma, verso la fine del 1945. Ero in una latteria, solo, vicino alla stazione, e aspettavo mia moglie Rina che doveva arrivare da Genova. Una latteria di quelle con i tavoli di marmo, con le stoviglie mal rigovernate che sanno appunto di “rifresco”. Mia moglie non poteva stare con me a Roma perché non trovavo casa e dovevo stare in pensione. Erano tempi tremendi”.

Giorgio Caproni, un umile ‘’scrittore di versi’’ che fu grande poeta

Il legame con le città evocate nelle poesie è tutto racchiuso nella sua affermazione “La nostra terra di avventura la possiamo trovare benissimo qui nella nostra città, nel nostro borgo, fra le stesse pareti domestiche“. Con queste parole, pronunciate in un’intervista televisiva del 1969, Caproni, prende le distanze dall’intellettualizzazione della poesia portata avanti negli stessi anni Cinquanta da altri poeti italiani. Una poesia fine e al contempo popolare, e meglio se in rima, è quello che l’autore si propone.

D’altronde per Caproni la parola “poeta” era “estremamente antipatica“, dal momento che non si può essere “eternamente ispirati”. Se il compito della poesia è quello di infrangere l’automatismo della partita che si gioca nella vita, rimane una domanda: “Imbrogliare le carte, / far perdere la partita. / È il compito del poeta? / Lo scopo della sua vita?”. Meglio essere chiamato “scrittore di versi” o “uno che scrive versi”: “Io voglio essere prima di tutto un uomo, ecco”.

Alessia Ceci

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