Il 30 aprile 1975 l‘esercito nordvietnamita prese Saigon ponendo fine ad un terribile conflitto. Una guerra che aveva ucciso 60 mila americani e quasi tre milioni di vietnamiti, cambogiani e laotiani. Molti cineasti americani hanno raccontato l’immoralità e la distruzione portata da questa guerra in Vietnam, la crisi di coscienza e la contestazione al momento del ritorno a casa di una generazione che aveva visto collassare i valori trionfalistici della società americana.

Tra i film più importanti sulla guerra in Vietnam vi è senza dubbio Apocalypse Now”. Il cult di Francis Ford Coppola mette in evidenza con il suo viaggio verso l’inferno l’orrore e la follia di una guerra svelando l‘immoralità del Vietnam. Follia e autodistruzione sono al centro anche del capolavoro di Stanley KubrickFull Metal Jacket” che giocando su forti contrasti, come la canzone di Topolino nella marcia finale, ci propone un viaggio tra la distruzione psicologica e la violenza che il Vietnam ha comportato. Una drammatica verità che Oliver Stone ha vissuto direttamente sulla sua pelle e che ha raccontato nel cult “Platoon” dove attraverso la storia di una recluta ci pone davanti ad una crudele metafora dell’America sanguinaria. Qui il nemico sono gli stessi soldati americani resi violenti ed esaltatati dalla spaventosità della guerra.

Guerra in Vietnam, il racconto del dramma dei reduci e della contestazione

Il monologo finale di Rambo, fonte Fragimetor

Oltre che il dramma del conflitto in se il cinema americano ha provato a raccontare con successo anche il dopo la guerra in Vietnam e il momento del ritorno a casa di chi era partito come eroe e veniva accolto come assassino, il clima di contestazione, il cambiamento di una società che vedeva messi in crisi i suoi valori ed alla ricerca di nuovi e difficili equilibri sociali. È il caso di un altra pellicola dirompente di Oliver Stone come “Nato il quattro luglio”. Al centro della storia c’è un reduce partito per combattere una guerra che riteneva giusta e che si ritrova a tornare a casa senza la gambe, odiato da una società in contestazione a cui decide di aderire.

Un altro esempio di questo genere è “Rambo” di Ted Kotcheff dove un reduce della guerra in Viertnam si ritrova coinvolto in una battaglia personale con una piccola cittadina, disprezzato ed emarginato da parte della società. Uno dei migliori racconti sul dramma di reduci che pensavano di diventare eroi come i padri nella seconda guerra mondiale e che invece si trovarono a vivere con l’orrore di quella maledetta giungla che le loro menti non avevano mai abbandonato. Un dramma sapientemente raccontato anche da uno sfortunato e grande regista come Michael Cimino in “Il cacciatore” dove viene rappresentato perfettamente lo sconvolgimento di una generazione americana tra il prima e il dopo la guerra.

Stefano Delle Cave