Per J.R.R. Tolkien il Natale non era solo una festa domestica, da confinarsi nell’universo culturale o familiare, ma un vero e proprio mistero della fede cattolica da penetrare, profondamente intrecciato con la sua vita e la sua letteratura. L’atmosfera natalizia per Tolkien non era combaciante con alcun tipo di consumismo, nessuna luce baluginante o ornamenti; secondo lo scrittore era qualcosa di sacro e antico da preservare e custodire. Cattolico praticante per tutta la vita, nella visione di Tolkien la Natività rappresenta l’evento decisivo della storia: l’incarnazione di Dio nel mondo a cui consegue la Redenzione.
Tolkien, il mitopoieta: il legame fra fede, Natale e visione del mondo

Uno spirito mitopoieta, creatore di genealogie e lingua immaginarie, profondamente cattolico e sfolgorante; nella visione e nelle opere di Tolkien la luce è la protagonista assoluta, quello stesso fulgore che permea la sua visione del mondo e anche del Natale stesso. Per Tolkien il Natale è la festa della speranza, dello splendore che non è vinto dal buio, quel chiarore che intride tutta la sua mitologia e che pure ritroviamo nel Vangelo di Giovanni:
“La luce splende fra le tenebre, e le tenebre non l’hanno vinta”.
Giovanni 1,5
Nella Terra di Mezzo non ci sono mangiatoie, né simboli o canti angelici che squarciano il cielo. Tuttavia l’intera struttura de Il Signore degli Anelli è intrisa di una logica natalizia: l’irruzione della luce quando tutto sembra perduto, la vittoria che passa attraverso la piccolezza, la salvezza che non si impone con la forza. La fede di Tolkien si riflette non solo nella sua opera ma nella sua intera visione del mondo senza essere un credere superficiale. In una lettera del 1953 al padre gesuita Robert Murray scrive:
“Ovviamente Il Signore degli Anelli è un’opera fondamentalmente religiosa e cattolica; all’inizio lo è stata inconsciamente, ma lo è diventata consapevolmente nella revisione. E’ per questo motivo che non ho inserito, o ho eliminato, praticamente ogni riferimento a qualsiasi tipo di “religione”, culto o pratica religiosa, nel mondo immaginario. L’elemento religioso è infatti insito nella storia e nel simbolismo.”
Lettere, n. 142
Non si tratta di allegoria né di simbolismi ma si radica in una visione cristiana della realtà. Nella prefazione de Il Signore degli Anelli scriverà:
“Detesto cordialmente l’allegoria in tutte le sue manifestazioni.”
Prefazione Il Signore degli Anelli
Il Natale in Tolkien esiste non come esplicitato, non come contorno fiabesco, ma come grammatica invisibile che intesse fili nell’intero racconto. Il Bambino Gesù, Betlemme, la capanna, la stella cometa o i Magi: nell’opera di Tolkien non compare concretamente nessun emblema della Natività cristiana, tuttavia si concretizza il paradosso che pure pervade il mistero della nascita del Salvatore: Il mondo non è salvato o redento dal potere, bensì dalla rinuncia del potere. In una lettera del 1941 (Lettere, n. 45), Tolkien scrive:
”La Natività è il centro della storia umana.”
Lettere, n. 45
Il Natale tolkeniano, in questo senso, si pone come un evento che dà senso a tutto il resto: senza l’Incarnazione, non ci sarebbe Redenzione.
Credere fra resistenza e memoria: l’eucatastrofe, il lieto fine miracoloso
Il Natale di Tolkien non è solo un evento liturgico ma un traiettoria che orienta il mondo attraverso la storia. La fede dello scrittore è vissuta come appartenenza, resistenza: si tratta di un cristianesimo sofferto, mai lezioso, e volto al sacrificio. C’è una logica natalizia che si muove in ambienti lugubri, prima di conoscere la luce: Mordor. È qui che emerge uno dei concetti più affascinanti del pensiero tolkieniano: la Eucatastrofe. Un neologismo coniato dallo stesso Tolkien per indicare un rovesciamento salvifico e improvviso, quasi miracoloso, nel bel mezzo di una situazione disastrosa che si ribalta verso esiti positivi.
Si tratta di luce improvvisa e inaspettata che offre speranza, una svolta che si lega alla grazia cristiana; un fulmine splendente e miracoloso che illumina i momenti bui. Non si tratta, tuttavia, di qualcosa di artificioso o di magia donata come Deus Ex Machina dove un colpo di scena improvviso sistema, come per incanto, la narrazione facendola apparire a tratti forzata. L’Eucatastrofe ha insito il riflesso della storia e, per sua genesi, possiede una coerenza storicamente utile alla realtà. Il concetto di Eucatastrofe è menzionato per la prima volta da Tolkien in On Fairy-Stories ( Sulle fiabe) e proprio in questo saggio scriverà:
”La nascita di Cristo è la eucatastrofe della storia dell’Uomo. La Resurrezione è la eucatastrofe della storia dell’Incarnazione. Questa storia comincia e finisce nella gioia. Possiede in modo eminente la ‘coerenza interna della realtà”.
J.R.R Tolkien, ”On Fairy-Stories”
Logica natalizia nel racconto fiabesco: una teologia incarnata nella narrativa
Nel 1939 J.R.R. Tolkien nella celebre conferenza On Fairy-Stories ( Sulle fiabe) – conosciuta anche come saggio pubblicato in raccolte Albero e foglia – all’Università di St Andrews su invito del professore Andrew Lang, afferma:
J.R.R. Tolkien, dalla Conferenza ”On Fairy-Stories”, (1939)
”I Vangeli contengono una favola o meglio una vicenda di un genere più ampio che include l’intera essenza delle fiabe. I Vangeli contengono molte meraviglie, di un’artisticità particolare, belle e commoventi: “mitiche” nel loro significato perfetto, in sé conchiuso e tra le meraviglie c’è l’eucatastrofe massima e più completa che si possa concepire. Solo che questa vicenda ha penetrato di sé la Storia e il mondo primario; il desiderio e l’anelito alla subcreazione sono stati elevati al compimento della Creazione. La nascita del Cristo è l’eucatastrofe della storia dell’Uomo; la Resurrezione, l’eucatastrofe della storia dell’Incarnazione”.
Sempre in On Fairy-Stories Tolkien afferma che il vero racconto fiabesco non nega la sofferenza del mondo, ma la attraversa. Una vera e propria logica natalizia: la nascita di Cristo non cancella il male ma assurge alla Redenzione. Dio prende carne ed entra nel tempo e nella materia sì con la sua nascita ma, soprattutto, attraverso l‘Eucarestia: è il Natale a rendere possibile il sacramento eucaristico. In una lettera al figlio Michael, datata 1941, Tolkien scrive:
”Da questo Sacramento [l’Eucaristia ndr] deriva tutto ciò che amo sulla terra”.
Lettera al figlio Michael (1941)
Ecco, dunque, presentata la stessa logica della Terra di Mezzo dove il divino agisce attraverso piccole cose, non mediante il potere. I personaggi tolkieniani che più collimano con la logica natalizia non sono, infatti, eroi invincibili ma proprio i piccoli: gli hobbit. Tolkien era legato a questi personaggi nati dalla sua immaginazione poiché lo rappresentavano; creature legate alla terra, alle stagioni, capaci di resistere ma incapaci di guerre. La teologia di Tolkien non è vivida concretizzata nella narrativa: la Redenzione passa attraverso la perseveranza, non attraverso il trionfo. Il cuore centrale dell’opera intera non sono forza e potere ma l’umiltà, servire per amore: un altro parallelismo con i Vangeli. In Marco 10,43–45 si legge:
”Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire.”
Vangelo Marco 10,43–45
Il Natale secondo Tolkien: contro il consumismo per una prospettiva controcorrente
In una lettera del 1956 Tolkien critica apertamente il significato moderno del Natale che appare come svuotato:
”Il Natale moderno è diventato una festa degradante, ridotta a rumore, obblighi sociali e commercio”.
Lo scrittore non rifiuta la gioia di questo periodo dell’anno ma tutto ciò che adombra il Mistero. Per Tolkien Natale era primariamente la festa della Nascita di Cristo Redentore, tempo di speranza – la luce, quindi, che vince sulle tenebre – e occasione di dono sincero, mai di spreco. Non era il valore di un regalo a rendere il dono più o meno valido, ma l’intenzione d’amore e il bene con cui si donava; spesso, nelle sue lettere, emerge disappunto per un mondo moderno che trasforma tutto in merce, svendendo anche le tradizioni più sacre.
Tolkien guardava con sospetto e disagio alla progressiva commercializzazione del Natale che trasformava un evento solenne e comunitario in occasione di consumo. Il Natale, in epoca moderna, sembra annichilito da un altro tipo di venerabilità; una visione critica, per alcuni versi, simile a quella di Pier Paolo Pasolini ben delineata in un articolo su Tempo ( Tempo, n.1 anno XXXI, 4 gennaio 1969) in cui lo scrittore rifiuta totalmente la nuova visione delle Festività.
Nelle sue lettere emergono spesso critiche al mondo moderno, dominato dall’avidità e dalla produzione di massa. Il Natale volto al consumismo rappresentava, per lo scrittore, uno dei simboli tangibili di questa deriva. Una visione che non rimane confinata nella vita di Tolkien ma che si palesa nelle sue opere; ne Il Signore degli Anelli non parla mai del Natale, tuttavia i valori sacri sono onnipresenti. Il sacrificio del bene comune, la solidarietà ( la Compagnia dell’Anello), la semplicità degli hobbit: la Contea rappresenta un mondo semplice, simile all’idea di un Natale vissuto con autenticità.
Letters from Father Christmas, toni fiabeschi e temi cristiani
Esiste poi un Tolkien più intimo e domestico, quello di Letters from Father Christmas, lettere scritte per i figli tra il 1920 e il 1943. Qui il Natale diventa racconto familiare dove il fantastico e l’affettuosità si incontrano. Non si tratta di un vero e proprio testo teologico, eppure queste lettere rivelano con chiarezza i temi cristiani che attraversano tutta la visione del mondo tolkieniana. Attraverso il tono apparentemente leggero, e senza mai esplicitare nulla come avviene nello stile di Tolkien, il cristianesimo in Letters from Father Christmas non appare mai sotto forma di dottrina; il Natale diviene tempo della luce nel buio della speranza che resiste.
Nelle lettere compaiono figure oscure come i Goblin che cercano di sabotare il Natale rappresentando il disordine, l’egoismo. Tuttavia, il bene vince grazie alla speranza, alla fedeltà e alla collaborazione: una visione che incarna profondamente quella cristiana in cui, lo scrittore, sembra dire: sì, il male esiste ma la luce può sconfiggerlo perché non è definitivo. Un altro tema centrale delle lettere è la Provvidenza: esiste un ordine più grande e sconfinato che guida gli eventi, ma la responsabilità umana non è esente poiché la grazia opera attraverso l’azione umana, non al suo posto.
Tolkien e il Natale, la centralità dell’infanzia nella concezione cristiana
In Letters from Father Christmas emerge anche la centralità dell’infanzia nella sua concezione cristiana. I bambini non sono consumatori e il dono è gesto d’amore scevro da logiche commerciali; non deve e non può essere premio o merce. La meraviglia della fantasticheria infantile è spesso sostituita dalla visione moderna del Natale consumistico, che distrugge il candore della fanciullo. Il messaggio di speranza delle lettere è chiaro:
”La luce splende anche quando sembra che tutto vada storto”.
Letters from Father Christmas
Il Babbo Natale di Tolkien non è perfetto, ma vicino allo spirito di San Nicola: alimenta la speranza esortando a perseverare, nonostante tutto. Il tema cristiano centrale è evidente: la luce entra nel mondo quando il buio è reale. La narrativa natalizia di Tolkien non ha presepi o ornamenti ma ha qualcosa di più sottile: la convinzione che il bene è più profondo del male, anche quando sembra più fragile ricordando che la speranza non è ingenuità, ma coraggio intimo e che il fulgore non sopprime né abolisce l’oscurità ma la vince dall’interno.
Foto in copertina: Letters from Father Christmas, J. R.R. Tolkien dettaglio copertina illustrazione – Foto da Amazon




