Cultura

“Il rosmarino non capisce l’inverno”, recensione del romanzo di Matteo Bussola

“Il rosmarino non capisce l’inverno”, 160 pagine in cui vengono raccontate 18 storie di 18 donne comuni con la metafora della pianta di rosmarino che, non temendo il freddo dell’inverno, è un bel simbolo di resilienza. L’ultimo lavoro di Matteo Bussola, edito da Einaudi, cerca di raccontare la vita e le sue problematiche, più o meno importanti, con cui tutti, prima o poi, dobbiamo fare i conti.

“Il rosmarino non capisce l’inverno”, trama

Il libro si apre con un interrogativo niente male! 

“A cosa pensa una donna quando, assordata dalle voci di tutti, capisce all’improvviso di aver soffocato la propria?”

Difficile rispondere e probabilmente è ancora più difficile se sei un uomo, come l’autore di questo libro. Bussola cerca, però, di farlo attraverso questi 18 racconti. Dà, a suo modo, voce a queste donne che tentano di affrontare i problemi che la vita mette loro davanti. Lo fa scrivendo in prima persona, identificandosi in loro e facendo parlare direttamente loro. 

C’è una donna matura che si ammala di cancro, una giovane donna che decide insieme a suo marito che non vuole assolutamente avere figli. Ci sono adolescenti che si trovano a dover affrontare per la prima volta il disagio nelle relazioni ed il senso di inadeguatezza quando il tuo background culturale non è propriamente “autoctono”. E ancora ci sono donne che affrontano problemi familiari, più o meno importanti, e donne che invece, nel lavoro trovano la loro valvola di sfogo.

Storie senza un finale

Senza ombra di dubbio è un libro piacevole, la lettura è scorrevole e lo stile talmente semplice e lineare da renderlo accessibile davvero a chiunque. Le storie sono davvero racconti di donne comuni ed è molto facile empatizzare con il loro vissuto. Alcune delle loro protagoniste si incontrano, per caso o per legami familiari, nelle storie di altre ed è piacevole ritrovare il nome di una delle protagoniste precedenti, anche un po’ per cercare di trovare un filo che unisca tutta la narrazione.

Essendo delle storie brevi, si ha forse la sensazione di star leggendo 18 incipit di ipotetici romanzi a sé stanti. Si arriva spesso alla fine del racconto pensando: “cosa è successo dopo?”. Non si ha il tempo di “affezionarsi” perché quando si inizia ad empatizzare, si cambia storia. 

L’ennesimo uomo che parla per le donne

Quello che però lascia “perplessi” è il perché un uomo senta l’esigenza di scrivere di donne in questo modo così “sostitutivo”. Certamente non è il primo autore uomo che scrive di donne facendole parlare in prima persona e quindi interpretandone pensieri e sentimenti. L’autore stesso, quasi a volersi “giustificare” ha dichiarato:

 “Ho deciso di scrivere di donne perché non sono una donna. Perché ho la sensazione di conoscerle sempre poco, anche se vivo con quattro di loro. E perché è più utile scrivere di ciò che vuoi conoscere meglio, invece di ciò che credi di conoscere già”.

E questa poca conoscenza della donna si evince tutta, a tratti, in alcuni racconti, seppur piacevoli, un poco banali e quasi stereotipati. A questo punto, viene da pensare: “ma perché non scrivere di cose che si conoscono bene?”.

Ilaria Festa

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