Nella giornata di ieri, la Corte costituzionale del Cile ha stabilito che Isabel Allende non sarà più senatrice. La rimozione dal suo incarico è dovuta a una vicenda che riguarda la vendita allo Stato della storica dimora di suo padre, il presidente Salvador Allende, destituito dal generale Pinochet dopo un colpo di Stato nel 1973. La politica non va confusa con l’omonima scrittrice, autrice de La casa degli spiriti, che è però una sua parente.

Secondo i giudici, la donna avrebbe violato un diritto costituzionale che vieta alle autorità politiche di stipulare contratti con lo Stato. La vendita dell’abitazione, che si trova nella regione di Santiago, non è tuttavia mai stata completata. I fatti risalgono a dicembre, quando il governo di Gabriel Boric aveva reso nota la decisione di acquistare la casa per trasformarla in un museo in ricordo di Allende.

La decisione della Corte costituzionale su Isabel Allende

Isabel Allende
L’ex senatrice Isabel Allende

La famiglia si era resa disponibile alla vendita, ma erano nate immediatamente varie polemiche. Tra i proprietari, infatti, c’è anche il ministro della Difesa, Maya Fernández Allende, nipote dell’ex presidente. A gennaio il ministro dei Beni nazionali Marcela Sandoval, responsabile della trattativa, si era dimessa su richiesta di Boric. Agli inizi di marzo anche Fernández aveva rassegnato le sue dimissioni.

Il Partito Repubblicano di estrema destra e la coalizione di destra Chile Vamos avevano poi richiesto ulteriori verifiche sul coinvolgimento di Isabel Allende. La Corte ha dato loro ragione con la maggioranza dei voti.

Le parole dell’ex senatrice

La diretta interessata ha rilasciato questa dichiarazione: «Come famiglia abbiamo concordato e seguito tutte le istruzioni legali per l’acquisto, che non sono mai state realizzate, come ha sostenuto il nostro avvocato, Gabriel Osorio, davanti alla sessione plenaria della Corte Costituzionale. Abbiamo sempre agito in buona fede e non abbiamo mai ricevuto un peso per un progetto che non ha avuto successo. Questi argomenti apparentemente non sono stati accolti dalla maggioranza della corte. Ce ne rammarichiamo».

«In attesa della sentenza, voglio dire che la memoria del presidente Allende resterà intatta. La sentenza non la macchia. Oggi non ci sarà nessun museo, ma rimarranno le strade e le piazze che portano il suo nome in tutto il Cile e nel mondo, così come la sua eredità politica e l’affetto di milioni di connazionali. Nei miei oltre trent’anni di servizio pubblico non ho mai usato la mia posizione per vantaggio personale e ho sempre rispettato la Costituzione e le leggi».

Federica Checchia

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