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La politica è donna (forse) ma non in Parlamento: mai così male

La campagna elettorale è stata incentrata sulla “donna”, sul suo ruolo di madre o sulla sua libertà di non esserlo (sull’aborto siamo già indietro), sull’ottenimento della parità di genere (stimata tra 135 anni) o sul ruolo di casalinga. Si è detto tutto e il contrario di tutto sulla donna, tranne che la politica non è donna. E non lo è neanche con Giorgia Meloni prima ministra del Consiglio d’Italia. Giornaliste, commentatrici e attiviste da giorni denunciano la realtà antifemminista che rappresenta Giorgia Meloni. La stessa che è divenuta nota per i suoi slogan inneggianti alla famiglia tradizionale, Dio e la patria. Tutti strumenti del patriarcato per sottomettere la donna e chi li incarna non potrà mai essere una leader femminista. La politica non è donna, non lo è soprattutto in Parlamento, dove per la prima volta da oltre vent’anni il numero delle parlamentari è sceso. È record negativo: solo il 31% delle donne è stata eletta, un dato che si traduce in 186 donne su 600 parlamentari. La minor rappresentanza in Parlamento avrà conseguenze dirette sulla quotidianità di tuttз, in particolare delle donne. Eppure sono state proprie le donne ad accordare un’alta preferenza a Giorgia Meloni.

Da giorni si susseguono analisi dell’elettore tipo, dati sul voto dei giovani, delle donne e degli anziani. Si vuole dare un volto all’astensionismo e se ne cercano le cause. In quest’ottica di analisi del fallimento della politica, con il partito dell’astensionismo più forte che mai, ci si interroga sui emotivi che hanno allontanato le donne dal voto e dalle lotte femministe.

Meno donne in Parlamento vuol dire meno diritti per tuttз

Non basta una premier donna per far compiere un passo in avanti alla parità di genere. Almeno non quando questa donna è Giorgia Meloni, leader del partito più a destra d’Italia. Soprattutto non quando la campagna elettorale è stata svolta sullo stesso campo di battaglia di sempre: il corpo delle donne, della comunità LGBTQIA e delle minoranze. La prova di come non basta essere donna per essere un esempio di successo femminista è che per la prima volta, da oltre vent’anni, in Parlamento il numero delle donne elette è diminuito.

Nell’ultimi vent’anni infatti la crescita della presenza delle parlamentari era evidente, dal 10,17% del 2001 al 35% del 2018-2022. Veder calare al 33% la rappresentazione in Parlamento delle donne vuol dire mettere i diritti a rischio. I diritti conquistati non lo sono per sempre, anche se ci piacerebbe credere il contrario. A prendersi cura di questi – quasi fosse solo un compito delle donne – ci saranno meno donne e in particolare meno donne di sinistra.

È vero, il partito che ha eletto meno donne è stato proprio Fratelli d’Italia, ma subito sotto troviamo il PD con solo il 28,6%. Sul numero già ridotto di parlamentari eletti dal Pd (119), le donne corrispondono a 36. È una vera sconfitta, che va letta alla radice, analizzando i dati degli elettori, delle elettrici e dei moltissimi punti persi nel mezzo.

Dove finisce il voto di una donna

Il voto delle donne è andato in larga parte a Fratelli d’Italia, almeno le donne che hanno deciso di votare. Perché anche per la categoria “donna” a vincere davvero è stato il partito dell’astensionismo. In quasi 9 comuni su 10, spiega Davide Del Monte di onData, l’affluenza maschile è stata maggiore di quella femminile, in particolare nelle grandi città. Quindi se è vero che le donne hanno votato Fratelli d’Italia, è anche vero che la maggior parte di coloro che hanno eletto Giorgia Meloni sono uomini.

Tra tutte le donne aventi diritto al voto che si sono recate al seggio:

  • il 27% ha votato Fratelli d’Italia
  • il 21% il Partito Democratico
  • il 15% il Movimento 5 Stelle.

Paradossalmente, con l’esclusione del M5S che ha eletto il 45% delle donne in Parlamento, i partiti più votati dalle donne sono stati i partiti che hanno eletto meno donne. La tendenza è che la politica non è donna.

La politica è donna sì, ma a destra

A interrogare la sinistra è Isabella Rauti di Fratelli d’Italia che commenta: “Negli ultimi anni, con l’eccezione di Hillary Clinton, le leader vengono tutte da destra. […] La storia di Meloni è la conferma: non c’è nessuna barriera alla leadership femminile“. Della stessa linea di pensiero è Marialice Boldi, coordinatrice Lega della Val d’Aosta, secondo cui sono spesso le donne a tirarsi indietro perché non hanno tempo e passione da dedicare alla politica, complice la vita sociale e familiare.

Criticità che invece le donne di centro e di sinistra sentono eccome. È tempo di rendersi consapevoli che non tutte le donne sono femministe e che gli spazi occupati dalle donne non sono sempre spazi sicuri se sono escludenti, se rimarcano le stesse azioni patriarcali. La donna in politica, ancora oggi, attende che sia l’uomo di potere a posizionarla. Questa è la grande lezione della destra. Giorgia Meloni non ha chiesto “Posso?”, le donne a sinistra domanda ancora il permesso. L’ha raccontato su Repubblica Chiara Saraceno:

Hanno così confermato la loro storica postura di militanti fedeli, che in nome della fedeltà al partito (e alla corrente cui appartengono) accettano, pur lamentandosi, di rimanere in seconda fila, aspettando che il leader maschio di turno scelga qualcuna tra loro, mettendole in competizione.

Se c’è qualcosa che la vittoria di Giorgia Meloni può insegnarci e che possiamo, anzi dobbiamo prenderci gli spazi. Le rappresentanti politiche delle donne (soprattutto se femministe) devono prendere gli spazi. Le politiche di sinistra, le donne di sinistra devono fare i conti con questo traguardo storico: la prima ministra del Consiglio d’Italia è Giorgia Meloni. Bene, è il momento di muoversi e far diventare davvero temi della sinistra la parità di genere e i diritti civili. Che questi temi siano davvero integranti (non sciacquati nel redwashing), non specchietti per le allodole da servire allз elettorз.

Di diritto al voto e altri privilegi: da dove la politica deve ripartire

È evidente che i prossimi anni, se il governo durerà tanto, non ci saranno proposte in favore dell’inclusione e del voto di fuori sede. Non sono state fatte fino ad ieri e non inizieranno oggi. La politica deve ripartire proprio da questo, dai bisogni dei giovani, delle persone marginalizzate e discriminate. C’è bisogno di una legge per il voto a distanza, che elimini la burocrazia e le tempistiche lunghe. C’è bisogno di fare un passo avanti per la parità di genere, eliminando le file divise tra uomini e donne per esempio. Un passo avanti che aiuterebbe il anche il riconoscimento dell’identità trans e non binarie. Perché le file “uomo-donna” non causano solo disagio, ma costringono all’outing pubblico e pericoloso.

La vittoria dell’astensionismo pone a tutti i partiti una domanda: “Come ci convincerete a votare?”. Con questo trend negativo le prossime elezioni potrebbero non essere democratiche, cioè non rappresentare la maggioranza del Paese. Tutti*, nessuno escluso, deve lavorare sulla rappresentazione.

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Articolo di Giorgia Bonamoneta.

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