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“L’altra metà della colpa” di A. F. Vallone | Recensione

Non è domenica, ormai la rubrica #LettureCoraggiose è diventata anarchica ed esce quando vuole. Lo so, le abitudini fanno bene, ma non si può mettere un freno alle emozioni, alle sensazioni e all’esperienza. Il controllo non è sempre positivo, ci avete mai pensato? Alle volte bisogna lasciarsi andare. È quello che fa Martha, la protagonista indiscussa, insieme al dolore, del libro “L’altra metà della colpa” di Anna Francesca Vallone.

Mentre lo leggevo pensavo “ho molte cose da dire”, ma alla fine, chiuso il libro (finito di scorrere il dito sullo schermo in realtà) mi sono accorta che mi aveva lascito un senso di vuoto. Non in senso negativo, ma fatemi spiegare meglio.

Trama:

Martha è solo una bambina quando la madre l’abbandona. Da quel giorno, vive nella convinzione di esserne l’unica responsabile e di meritare il peso della colpa. Ma c’è un altro colpevole: il padre. E allora decide di dargli la caccia per chiudere definitivamente i conti con il passato. Con uno sguardo sempre attento alla meccanica dei corpi, Anna Francesca Vallone elabora una grammatica della manipolazione, dell’ossessivo incedere di azioni e reazioni, della vulnerabilità del pensiero che porta a sabotare se stessi e gli altri. (dal sito di Ensemble)

“L’altra metà della colpa” di Anna Francesca Vallone

Non capisco perché finisco sempre per leggere libri che mi mettono in difficoltà. L’altra metà della colpa è uno di questi, anche se per motivi diversi rispetto ai precedenti “problemi” di recensione. In questo caso è lo stile pulp e un po’ rozzo, molto (troppo) affine a me per rendermi neutrale. Ma alla fine, se volevate una recensione neutrale dovevate cercare altrove. In questa vi parlerò di come il viaggio di Martha sia il viaggio di tutte e tutti noi, un viaggio intimo ma strabordante.

L’adolescenza è così, il dolore è così, il senso di colpa è così. Strabordano. Dovrebbero essere personali, intimi, viaggi interiori, ma escono all’esterno perché hanno la forza di un fiume in piena. Per questo ci spaventano tanto, perché non si riesce a contenerli. Provateci voi a contenere Martha e il suo dolore o Martha e il suo senso di colpa. Non si può. “L’altra metà della colpa” è la storia di come solo perdendo il controllo, fin quasi alla disperazione, allo strapiombo sul mare, si riesce a riprendere in mano il senso di tutto.

“L’altra metà della colpa” lo grida forte

Durante la lettura ci si imbatte in parole scritte tutte maiuscole e nella mia testa queste rispondono perfettamente alla lettura digitale. Sapete quando ti dicono che scrivere in caps lock è come gridare? Esattamente: PAURA, PIANGERE, VOMITO, NEMICA sono solo alcune. In un romanzo simile, che scorre come il sangue nelle vene, certe parole gridate somigliano a quelle urla che tratteniamo nella nostra testa. Riuscite a urlare nella mente? È così che appaiono queste parole.

Alla fine la storia di Martha è la storia di chi ha sempre gridato in cerca di una risposta. Cercava amore, cercava calore, cercava un senso alla propria disperazione e alla propria vita. Non è un libro per tutt*, probabilmente ci sarebbe bisogno di un avviso per i trigger (gli inneschi che richiamano a un evento spesso traumatico). Infatti nel libro si trovano situazioni come abusi di coppia, violenze psicologiche e fisiche, autolesionismo e disturbi del comportamento alimentare.

Martha, personaggio difficile ma necessario

Io Martha la capisco e un po’, ingenuamente, me ne sono innamorata. Parliamoci chiaro: Martha sta fuori. È, bonariamente si intende, una pazza. Il romanzo racconta più i sentimenti che gli eventi intorno a Martha e questo permette al lettore (o forse solo a pochi “fortunati”) di capire perfettamente quello la protagonista prova in ogni momento. Non è cosa da poco, soprattutto con un personaggio così difficile.

In alcuni momenti mi sono sentita fortemente a disagio a leggere nero su bianco il dolore di Martha. Perché banalmente avevo provato sentimenti simili: odio, rabbia, senso di impotenza. Le emozioni di Martha erano le mie emozioni, le stesse di molti altri adolescenti lasciati a sé stessi a vivere i turbamenti dei cambiamenti. La “società” non ti capisce, la famiglia non ti capisce e se poi la famiglia non esiste allora tanto peggio. O meglio. La sensazione di libertà però è fittizia e alla fine il conto si deve pagare, anche se il pasto non ci è piaciuto, ed è sempre salato.

Perdita, colpa, violenza e accettazione

Perdita, violenza e accettazione sono fasi dell’amore. Per Martha, e chissà per quante persone, le fasi dell’amore somigliano più a una guerra. Questa immagine l’ho trovata perfettamente descritta tra le gambe di Angelica verso la rocambolesca fine. Tutto inizia a sfrecciare veloce come la Panda di Grinco per le vie strette, fino allo stallo finale, quello nel quale i sospetti accumulati in tutta la narrazione si palesano.

In quel momento Martha non sa su cosa puntare la canna della propria rabbia e il senso della colpa si affievolisce tra le molte vite presenti in uno spazio ristretto. Un bagno, luogo dell’incontinenza per eccellenza. Mi domandavo, leggendo le ultime pagine, cosa avrei fatto io. La prima, immediata, risposta fu: avrei saputo a chi dare la colpa, verso chi puntare la canna del fucile. Ma come Martha ne “L’altra metà della colpa”, ho iniziato a razionalizzare che la colpa, il senso di colpa, il tentativo di trovare un colpevole non sono altro che una dispersione delle responsabilità e un annullamento della complessità.

Vi invitiamo a leggere gli scorsi episodi di #LettureCoraggiose, tra cui i sempre attualissimi “Caccia all’omo” e “Fuori i nomi!” di Simone Alliva. Le scorse settimane abbiamo parlato anche de “Confessioni di un omosessualeÉmile Zola” di Anonimo, de “La stagione più crudele“, romanzo d’esordio di Chiara Deiana, di “Benedetto sia il padre“, il nuovo libro di Rosa Ventrella e “La donna orso” di Karolina Ramqvist. Nei link trovate le recensioni e le interviste alle autrici. Per non perdervi le nuove uscite di #LettureCoraggiose seguiteci su:
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Articolo di Giorgia Bonamoneta.

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