A seguito di un’indagine, il Comitato Investigativo russo ha incriminato Nadya Tolokonnikova, co-fondatrice delle Pussy Riot, per aver violato la cosiddetta “legge sugli agenti stranieri”, e l’ha inserita nella lista dei ricercati federali. L’artista avrebbe violato parte dell’articolo 330.1 del codice penale russo. Questo prevede pene fino a due anni di reclusione per gli “agenti stranieri” per una serie di reati, tra cui la mancata registrazione o la mancata etichettatura dei post sui social media.

Nel 2024, il tribunale del Territorio di Krasnoyarsk l’ha condannata due volte per reati amministrativi. Avrebbe inoltre violato le norme relative agli agenti stranieri, e successivamente, mentre si trovava fuori dalla Russia, avrebbe diffuso materiale su una piattaforma di messaggistica senza indicarne la produzione da parte di un agente straniero. Il Ministero della Giustizia russo l’aveva designata come “agente straniero” già il 30 dicembre 2021.

Nadya Tolokonnikova è nella lista dei ricercati della Russia

L’attenzione si è concentrata su Tolokonnikova dopo che, il 27 marzo, il celebre collettivo punk femminista russo ha organizzato una protesta presso gli uffici di Manhattan dell’azienda tecnologica Ubiquiti. Il gruppo sostiene che le apparecchiature Wi-Fi dell’azienda vengano utilizzate dai soldati russi nella guerra in corso contro l’Ucraina. In seguito, l’attivista ha pubblicato una dichiarazione video in cui afferma che l’esercito russo starebbe usando Ubiquiti per comunicare con le truppe in prima linea. Nel video, la sua voce fuori campo parla della società che, a suo dire, “alimenta i crimini di guerra russi”.

Quando «Starlink è stato disattivato, i russi sono impazziti», ha spiegato. Le sue parole fanno riferimento alla decisione di Elon Musk di interrompere l’accesso delle forze russe al suo servizio satellitare per dare un vantaggio ai combattenti ucraini. Ha poi ironizzato sul fatto che i combattenti del Cremlino si siano affannati a cercare un’alternativa, suggerendo che stessero prendendo in considerazione l’idea di usare le colombe per recapitare i loro messaggi.

Le proteste delle Pussy Riot contro Putin

Le Pussy Riot sono da tempo note per le loro critiche al governo di Vladimir Putin. La loro protesta del 2012, “A Punk Prayer”, ha fatto il giro del mondo e ha portato all’arresto, seppur breve, di Tolokonnikova e di Maria Alyokhina. Da allora, hanno organizzato numerose altre proteste. Sono rimaste nella storia le dimostrazioni in occasione dei Giochi Olimpici invernali di Sochi del 2014, un’invasione di campo durante i Mondiali di calcio del 2018 e una “celebrazione” del 68° compleanno del presidente russo Putin nell’ottobre del 2020. Durante quest’ultima azione, hanno issato bandiere arcobaleno davanti agli edifici governativi di Mosca. Il loro intento era manifestare contro le continua violenze governative contro l comunità LGBTQ. Nel 2023, il collettivo ha ricevuto il premio Woody Guthrie per la sua lotta per la libertà e la giustizia.

Più recentemente, Nadya si è espressa sul ritorno della Russia alla Biennale di Venezia. Ha lanciato una petizione online insieme a migliaia di altri artisti. In una lettera aperta al presidente della rassegna, Pietroangelo Buttafuoco, ha scritto: “Accogliere la rappresentanza ufficiale dello Stato e al contempo promuovere il ‘dissenso’ rischia di trasformare quest’ultimo in un gesto performativo e in una dimostrazione di virtù, piuttosto che in una posizione effettiva. Affermate di preoccuparvi della censura, ma le Pussy Riot sono talmente censurate in Russia che siamo state considerate ‘un’organizzazione estremista’. Anche solo visitare il nostro sito web o mettere “mi piace” alle immagini delle nostre opere è considerato un reato”.

Federica Checchia