Calcio

Rui Costa: il “dieci” per antonomasia

Manuel Rui Costa può a buon diritto essere considerato l’ultimo vero numero 10 della storia del calcio per interpretazione del ruolo e caratteristiche. C’è stato un tempo in cui ad ogni numero di maglia corrispondeva un profilo ben definito. Il “dieci” era appunto, per definizione, il giocatore più talentuoso della squadra, quello capace di convertire ogni pallone in oro colato per i propri compagni. A due giorni di distanza dal suo compleanno, celebriamo la classe del “maestro”.

Rui Costa e la sua ultima recita a San Siro

Ogni bambino sogna, un giorno, di avere un intero Stadio ai suoi piedi. Manuel Rui Costa quel sogno l’ha realizzato, nonostante non abbia mai anelato di trovarsi al centro della scena. La circostanza non è delle più banali. Il 18 settembre 2007 Milan e Benfica si affrontano in un match di Champions League, e un’intera folla in tripudio inneggia al suo nome in segno di riconoscenza: “Rui Costa, Rui Costa”. Il sipario de “La Scala” del calcio si riapre per tributare la giusta ovazione al “Maestro” che sino a pochi anni prima aveva diretto magistralmente l’orchestra congegnata da Carlo Ancelotti, prima di andarsene in punta di piedi, una volta appurato che il suo compito era finito.

Gli spettatori che assiepano San Siro si mostrano generoso nei suoi confronti come lui lo era stato verso di loro e i propri compagni. Non è mai stato geloso della propria arte, ma l’ha messa sempre al servizio della causa comune. Mai come nel suo caso l’appellativo di “Maestro” calza a pennello: non solo era capace di indicare la strada ai propri attaccanti con dei traccianti millimetrici ma, come ogni buon insegnante, ne assecondava anche le attitudini, ne seguiva i movimenti e li metteva nelle condizioni migliori per andare a rete. Non si spiegherebbe, se non attraverso un immenso acume tattico, la sua capacità di pescare sempre l’uomo giusto nel posto giusto.

Rui Costa era un calciatore che sapeva adattare il proprio stile di gioco in base alle situazioni: elegante e sopraffino nei tocchi, diventava fulmineo quando si trattava di bruciare gli avversari in dribbling. Mai un tocco superfluo, mai una giocata fine a sé stessa, a dimostrazione di quanto abbinasse perfettamente classe e concretezza.

Ma dove venne alla luce il genio del “Maestro”? Il giovane Manuel lega il proprio nome a quello della città che gli ha dato i Natali, Lisbona, entrando a far parte del club più titolato del Paese: il Benfica. A scoprirlo è colui che in Portogallo viene considerato un monumento vivente: la perla nera, Eusebio.

I primi successi in Portogallo

Nel triennio in cui veste la casacca del Benfica, il talento cristallino di Rui Costa risalta immediatamente. E’ sempre lui il suggeritore a servizio delle punte e, in quei tre anni, comincia a riempire la bacheca con i primi trofei: vince, infatti, scudetto e Coppa Nazionale in due annate distinte, ma soprattutto sfrutta questa vetrina per farsi conoscere a livello internazionale. Nella semifinale di Coppa delle coppe contro il Parma, ad esempio, risulta decisivo con un gol e un assist sebbene la sua squadra venga poi eliminata nel doppio confronto.

Benfica-Parma 2-1

Firenze e l’amore per la maglia

Di questo fantasista dai piedi d’oro si innamora ben presto Johann Cruijff, allora alla guida del Barcellona. L’affare col Benfica è cosa fatta sulla base di 10 miliardi, e per Manuel sembrano spalancarsi le porte del successo. Ancora una volta, però, il senso del dovere prevale sull’ambizione personale. Il Benfica versa in gravi condizioni economiche, e Rui Costa accetta di buon grado la corte della Fiorentina di Cecchi Gori che offre un milione in più dei catalani. Si tratta di una squadra neopromossa che non può certo offrire palcoscenici importanti, ma Rui Costa non avrà mai rimpianti per ciò che sarebbe potuto essere e non è stato. E’ il primo atto d’amore di un campione che ha sempre dato tutto per la maglia che ha indossato.

“Il Milan ti entra nelle vene e non ne esce più” – Manuel Rui Costa

Non sono rari, oggi, i casi di giocatori, neanche troppo affermati, che mettono alle corde la società per strappare un aumento di contratto o reclamano più spazio. Rui Costa ha sempre dovuto recidere il legame che lo teneva stretto alle sue squadre e ai suoi tifosi, nonostante avessero bisogno gli uni dell’altro.

Sotto la “Fiesole” Rui Costa lascerà un segno indelebile. In coppia con Batistuta, sotto la guida di Giovanni Trapattoni, il portoghese sfiorerà lo scudetto nel 1999, prima di alzare al cielo, da capitano, la Coppa Italia del 2001 che bissava il successo ottenuto nel ’96. In maglia viola Rui avrà modo di dimostrare anche una discreta vena realizzativa, mettendo a segno 50 gol nei sette anni di militanza. Preferisce concludere dal limite dell’area, ma non disdegna di inserirsi in area di rigore accompagnando l’azione dalle retrovie. Negli anni successivi, in particolare al Milan, muterà leggermente il suo modo di giocare, diventando meno puntuale sottoporta, ma affinando ancora di più le sue doti di prezioso assist-man.

Saranno ancora una volta problemi di natura societaria a far assumere una piega diversa alla sua carriera. La Fiorentina si trova sull’orlo del fallimento e Cecchi Gori immola le sue gemme più preziose, Batistuta e Rui Costa, nel tentativo di salvare il club. “Rui” finisce al Milan di Berlusconi per 75 miliardi di lire. Ancora una volta, il “dieci” si fa in disparte senza polemiche. Al “Franchi“, nel giorno del suo addio, saranno 10.000 persone ad offrirgli il giusto commiato.

L’addio di Rui Costa al “Franchi” salutato da 10.000 tifosi

Un semplice “grazie”, rotto dal pianto, sancisce la fine di sette anni intensi ed emozionanti.

“Il Milan nelle vene”

Solo una “seconda pelle” avrebbe potuto cicatrizzare le ferite laceranti del nuovo addio. Ed è ciò che Rui Costa sente di aver trovato quando indossa la maglia del Milan. Lui e Kakà sono il fulcro del nuovo Milan plasmato da Ancelotti. Dai suoi piedi sorga linfa vitale in grado di ravvivare anche i palloni più amorfi. Come nel caso del lancio che affetta in due l’incredula difesa del Real Madrid in occasione della gara di Champions vinta dai rossoneri per 1-0 con gol di Shevchenko.

https://www.youtube.com/watch?v=4gaIMZX5NHI
Milan-Real Madrid 1-0

L’esperienza al Milan è la più prolifica dal punto di vista dei risultati, quasi un risarcimento per la devozione mostrata alle sue ex squadre. Fin quando viene impiegato con continuità, i rossoneri vincono praticamente tutto: una Coppa Italia, uno Scudetto, una Champions e le due Supercoppe (italiana ed europea). Manca all’appello solo il Mondiale per club che sfuma ai rigori contro il Boca Juniors dopo che Manuel era stato il solo dei suoi a realizzare dal dischetto.

Sono successi cui Rui Costa contribuisce con 65 assist in 129 presenze. Il diavolo gli ha trasmesso i cromosomi del vincente, donato un elisir di seconda giovinezza. E quel fluido si promana nei cuori degli 80.000 che, quella notte di settembre del 2007, palpitano all’unisono scandendo il suo nome. Ora è vero: il Milan gli è entrato nelle vene.

Rui Costa: un “dieci” per caratteristiche, non per carattere

Abbiamo inaugurato quest’articolo definendo Rui Costa un “dieci” per antonomasia. Come giustificare un’affermazione che, per certi versi, potrebbe apparire provocatoria? Nell’immaginario collettivo il numero dieci è infatti il centro attorno al quale ruota tutta la squadra. Un fuoriclasse egocentrico e narciso che pensa principalmente all’io e poi al noi. L’esatta antitesi del personaggio che abbiamo raccontato quest’oggi: un giocatore che le luci della ribalta se le prendeva senza ricercarle, adorato dai propri compagni per il carisma col quale prendeva in mano la squadra e l’inesauribile spirito di abnegazione che lo contraddistingueva. Rui Costa ha ereditato le caratteristiche del “dieci”, non il carattere.

La sua carriera si è chiusa lì dove era cominciata, al Benfica, in Portogallo. In un ultimo, simbolico, anelito di altruismo, il “Maestro” pareva volersi sdebitare nei confronti di una Nazione che non era mai riuscito a servire come avrebbe voluto.

Un rapporto tormentato quello tra la Nazionale portoghese e il suo numero 10 che si esaurisce in due istantanee dolorose: la sconfitta contro la Corea nell’unico, controverso, Mondiale disputato nel 2002 e la sconfitta casalinga nella finale di Euro 2004, contro una sorprendente Grecia, già vittoriosa durante la fase a gironi.

Quello sarà un vero psicodramma per tutti i portoghesi, Rui Costa compreso. Lui in particolare, sempre così vicino al “sentire” della gente, doveva aver compreso l’importanza di quel torneo, infatti giocò in maniera assolutamente sublime. Mise a segno due gol, tra cui un’autentica perla contro l’Inghilterra: un potente destro sotto l’incrocio a coronamento di un’azione partita da centrocampo e condotta in dribbling. Un’azione da manuale, in cui spiccano il rapido cambio di passo per saltare il difensore avversario e il morbido lavoro d’esterno per prepararsi al tiro.

Quegli sforzi furono vanificati dalla dura legge dello sport che premia solo i vincitori. Ma, se la sua carriera non avesse subito deviazioni obbligate, il “Maestro” ci avrebbe trasmesso un importante insegnamento: si può essere grandi, e venire ricordati, anche senza essere vincenti.

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