In Siria una donna al vertice degli affari femminili, un gesto simbolico o una reale svolta in un contesto frammentato?

La Siria post-Assad si presenta come un terreno intricato, dove nuovi attori emergono e si ridisegnano equilibri di potere che coinvolgono gli interessi di diverse potenze regionali e globali. Tra questi sviluppi, la nomina di Aisha al-Dibs come capo dell’Ufficio Affari Femminili segna un evento storico: per la prima volta, una donna occupa un ruolo di alto profilo nell’amministrazione provvisoria guidata da Abu Mohammad al-Jolani. Ma quali sono le implicazioni reali di questa scelta?

In Siria ci sarà una donna al potere

Aisha al-Dibs si descrive sui social come un’attivista impegnata nello sviluppo delle donne e nel lavoro umanitario. Il Dipartimento per gli Affari Politici della nuova amministrazione ha definito questa nomina come un segnale di progressismo, dichiarando ad Al Jazeera: “In questo ufficio siamo progressisti per quanto riguarda le opportunità delle donne.” Tuttavia, in un contesto in cui i diritti delle donne sono stati sistematicamente calpestati durante anni di guerra e oppressione, questo gesto rischia di essere interpretato come un’operazione di facciata per rassicurare una comunità internazionale sempre più diffidente.

Le manifestazioni a Damasco, in cui centinaia di persone hanno protestato contro la possibilità che la Siria si trasformi in uno Stato confessionale, sottolineano quanto il tema dei diritti femminili sia centrale per il futuro del Paese. La domanda, però, è se la nomina di al-Dibs rappresenti un reale impegno verso il cambiamento o semplicemente una strategia politica per ottenere consenso internazionale.

Il ruolo della Turchia: un’alleanza fragile e calcolata

Il riavvicinamento tra Damasco e Ankara si inserisce in un contesto delicato. La Turchia, tradizionalmente avversa al regime di Assad, ora supporta l’amministrazione provvisoria di al-Jolani, spingendo per la normalizzazione del Paese e la revoca delle sanzioni internazionali. Ma dietro queste mosse diplomatiche si cela un obiettivo preciso: il controllo delle forze curde.

Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, durante un incontro a Damasco, ha ribadito l’urgenza di disarmare le forze curde, considerate da Ankara una minaccia esistenziale per la propria sicurezza interna. Il sostegno statunitense alle YPG, braccio armato delle Forze Democratiche Siriane, ha rappresentato un elemento di attrito tra Washington e Ankara. La dichiarazione di Fidan, secondo cui “Trump capisce immediatamente l’equazione” tra gli interessi della Turchia e il sostegno al PKK, è un monito chiaro: le mire turche in Siria vanno ben oltre il semplice supporto alla stabilizzazione.

E i curdi? Tra repressione e marginalizzazione, non dimentichiamoli

In questo scenario, i curdi rischiano di essere nuovamente sacrificati sull’altare delle alleanze geopolitiche. Già marginalizzati dalle dinamiche di potere regionali, ora si trovano di fronte alla prospettiva di un completo disarmo e integrazione forzata nell’esercito siriano, un destino che potrebbe segnare la fine delle loro aspirazioni di autonomia.

La promessa di al-Jolani di proteggere le minoranze appare vuota quando si considerano le pressioni turche per eliminare qualsiasi influenza curda nella regione. È difficile credere che un’amministrazione sostenuta da Ankara possa davvero garantire i diritti delle minoranze, mentre la stessa Turchia continua a perseguitare la popolazione curda all’interno dei propri confini.

L’ombra di Teheran e l’ambiguità del futuro

A complicare ulteriormente il quadro, c’è l’opposizione dell’Iran all’ascesa di al-Jolani. Ali Khamenei ha descritto l’amministrazione provvisoria come un gruppo di rivoltosi sostenuto da potenze straniere, auspicandone la caduta. Questa rivalità potrebbe trasformare la Siria in un campo di battaglia ideologico e geopolitico tra forze sunnite e sciite, con conseguenze devastanti per la popolazione.

La promessa di al-Jolani di rispettare la sovranità libanese e di non esercitare un’influenza negativa nel Paese è un tentativo di distanziarsi dalla storica alleanza tra Damasco e Teheran. Tuttavia, resta da vedere se questa dichiarazione sia un impegno reale o l’ennesima mossa tattica per consolidare il proprio potere.

Basta mettere una donna al potere in Siria? Tra speranze e contraddizioni

La nomina di Aisha al-Dibs potrebbe rappresentare una luce di speranza in un Paese devastato, ma è impossibile ignorare le contraddizioni del contesto in cui si inserisce. Le pressioni turche, le rivalità regionali e la marginalizzazione dei curdi rendono il futuro della Siria quanto mai incerto.

Mentre l’Occidente guarda con sospetto a queste dinamiche, sarebbe ingenuo non interrogarsi sulle proprie responsabilità: dagli errori commessi durante la guerra civile al sostegno ambiguo a gruppi armati che, oggi, si presentano come amministratori del futuro siriano. La vera sfida sarà trasformare gesti simbolici come la nomina di al-Dibs in un reale progresso per una popolazione stremata e frammentata. Ma per farlo, occorrerà molto più di proclami e accordi di convenienza.

Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine