In onda su Iris il film “Il pianista” (2002), diretto da Roman Polanski. Tratto dallo scritto autobiografico del pianista ebreo Władysław Szpilman, la storia si immerge negli momenti più bui dell’occupazione nazista della Polonia. Siamo nel settembre del 1939 e Władek Szpilman (Adrien Brody), famoso per le sue interpretazioni di Chopin alla radio nazionale, assiste all’invasione tedesca di Varsavia. La vita del pianista e della sua famiglia cambia rapidamente sotto i nuovi occupanti.
A tutti gli ebrei è proibito l’accesso ai locali pubblici; viene loro imposto di indossare la fascia di riconoscimento con la stella di David; un decreto obbliga gli ebrei di Varsavia al trasferimento nel nuovo ghetto, dove la sopravvivenza si trasforma in un inferno quotidiano. Il 16 agosto 1942 il ghetto viene svuotato e i treni caricati verso est: Władek, al contrario della sua famiglia, viene salvato dalla deportazione e inizia la sua agonia personale, spinto dalla cieca volontà di sopravvivere.
Polanski e l’Olocausto
“Il pianista” è indubbiamente la pellicola più personale di Polanski. Quel che Szpilman descrive nella sua testimonianza, il regista lo visse sulla propria pelle: quando i nazisti diedero inizio alla guerra, Roman aveva solo 6 anni. Insieme alla sua famiglia vide gli orrori del ghetto di Cracovia, da cui riuscì a scappare. Il padre, deportato a Mauthausen, sopravvisse alla guerra; la madre, caricata su un treno per Auschwitz, non fece più ritorno.
Ormai considerato un classico, “Il pianista” si differenzia dalle altre pellicole come “Schindler’s List” o “La vita è bella” con cui condivide il tema doloroso dell’Olocausto. Polanski narra la Shoah con l’occhio disincantato del bambino che ne è stato testimone: descrive un dramma vissuto, mai spettacolarizzato, in cui l’orrore fa parte del quotidiano; non nell’eccezionalità del massacro, ma nella perdita progressiva della dignità umana. A differenza dei film di Spielberg e Benigni, la regia di Polanski mostra un distacco quasi spiazzante: il testimone-regista non ricatta col sentimento e non intende spiegare un orrore inspiegabile. Lo mostra semplicemente, negando allo spettatore (e a sé stesso) ogni possibile alibi.
Davide Cossu
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