Approfondimenti

Tu chiamala se vuoi eco-ansia

Il termine eco-ansia è ormai entrato nell’uso comune. Viene utilizzato da chi ha paura di non avere un futuro vivibile sulla Terra e da chi critica l’attivismo. Perché sì, si parla sempre più spesso dell’attivismo climatico, ma mai abbastanza di ambiente. 

Lo abbiamo visto e sentito accadere in seguito ai gesti di Ultima Generazione: fa più scalpore la facciata di Palazzo Madama imbrattata che un inverno dal clima primaverile.

Il grande problema dell’immaginario del cambiamento climatico è il fatto che questo non sia una crisi fulminea, ma qualcosa a cui l’essere umano si sta lentamente e cinicamente abituando (perché viviamo dalla parte di mondo più “fortunata”).

Mentre da una parte l’assenza di sostegno dei governi genera ansia (eco-ansia) per il futuro, dall’altra c’è chi crede che questo sia puro e semplice catastrofismo. Negli ultimi anni il termine eco-ansia è così stato accostato a un disagio o una paura tipica della generazione più giovane. Definita persino “privilegiata” – come è stata descritta Greta Thunberg – perché può perdere tempo con l’ambiente e non pensare alle priorità della vita quotidiana, la “vita vera”.

Caso Exxon: quando i soldi valgono più della verità

Eco-ansia - photo credits: web
Eco-ansia – photo credits: web

Ci sono gruppi di scienziati che non credono al riscaldamento globale e che prendono poco sul serio l’eco-ansia di chi è spaventato per il futuro. Chiamano “modelli computerizzati” gli scenari previsti nei prossimi decenni e per questo fuorvianti o del tutto errati. Lo studio pubblicato recentemente su Science smentisce tale supposizione.

Lo studio rivela che la ricerca finanziata dal gigante del petrolio e del gas Exxon aveva confermato l’allarme degli scienziati del clima già dagli anni 70. I diversi modelli di computer hanno previsto con precisione il riscaldamento globale e le sue conseguenze, ma la compagnia petrolifera ha rilasciato nel tempo dichiarazioni pubbliche che smentivano e respingevano l’accuratezza di quei modelli climatici.

Exxon sapeva, sapeva con precisione cosa sarebbe accaduto in futuro, ma pagavano esperti e voci per diffondere fake news. Exxon pagava la disinformazione e oggi paghiamo le conseguenze di non credere alla scienza. Non ci stupisce, ma ci spaventa. Tu chiamala sei vuoi eco-ansia, ma fino a quando sarà “ansia” e quando invece diventerà una realtà da cui non si potrà più tornare indietro?

Uno sguardo al messaggio di Don’t look up: stiamo distruggendo la Terra

Don’t look up, film del 2021, non tocca affatto piano la disinformazione scientifica e gli interessi politici ed economici. Spoiler: il pianeta Terra viene distrutto. La morale del film è il motivo per il quale la Terra finisce distrutta, ovvero l’incapacità dei politici e dei grandi industriali (le persone più potenti e ricche) di pensare alla vita prima dei soldi.

Nel film viene scoperto il valore economico della cometa sta per colpire la Terra. Viene così scelta la via della distruzione in piccole parti che potevano essere portate sulla Terra, invece della deviazione della traiettoria del corpo celeste. I sei mesi dalla scoperta alla distruzione della Terra corrono velocissimi e dividono la popolazione tra i look up e i don’t look up, coloro che preferiscono abbassare lo sguardo e non riconoscere la realtà.

Gli scienziati nel film vivono la stessa condizione che gli scienziati del clima abitano da decenni: essere ignorati dalla politica e da gran parte della società.

La cometa di “Don’t look up” è come il cavallo di Troia stracolmo di soldati nemici portato in casa propria. È un’immagine semplice, ma che non ci preoccupa abbastanza. Esattamente come i disastri naturali nella nostra penisola, le frane e le alluvioni, la carenza di neve e il caldo primaverile che molti preferiscono ignorare in nome del quieto vivere con ingranaggi economici, politici e mafiosi.

Germania oggi scava e domani? La Polizia contro la protesta e altre violenze inutili

“Povera gretina” è uno dei commenti più scritti sotto ai video o agli articoli che raccontano le vicende delle proteste in Germania. La presenza di Greta Thunberg, attivista per l’ambiente (per il futuro della Terra!), scatena il nero umore della pancia degli italiani. Non importa se centinaia sono gli attivisti giunti a Lützerath per manifestare, non importa cos’hanno da dire. 

Chi sta comodo sul proprio divano scrive commenti d’odio o assolutamente insensati come “viva i motori a scoppio” sotto le gesta di chi invece, senza chiedere nulla in cambio, affronta la gogna mediatica e l’astio politico per ottenere un cambiamento concreto.

In Germania la questione della miniera di lignite è solo la facciata. Le proteste sono uno scontro di immagine che divide i Verdi della “formazione semaforo” del governo. È inevitabile: alla fine la società estrarrà il carbone, soprattutto quando questo sembra indispensabile dopo il taglio delle forniture russe. Eppure gli esperti dell’Istituto federale economico hanno dichiarato che l’estrazione è inutile perché la miniera già attiva copre il fabbisogno energetico della Germania.

Lo scontro tra attivisti e governo è ancora una volta uno scontro, sporcato dalla disinformazione, tra futuro e potere economico.

Ha senso chiamarla eco-ansia?

Con il termine eco-ansia si intende una sensazione di disagio o di paura al pensiero degli effetti che il riscaldamento globale e la crisi climatica hanno sul futuro prossimo. Si tratta di un nuovo senso di ansia alimentato dal proliferare di notizie sempre più negative sulle criticità ambientali.

Non solo eco-ansia, ma anche “apatia” di iniziativa nel tentativo di proteggere l’ambiente. La combinazione di consapevolezza e di difficoltà nelle azioni concrete da mettere in atto portano così all’immobilità. Una paralisi simile a quella che si vede nei film quando un’onda gigantesca sta per abbattersi sul protagonista.

Eco-ansia è solo il termine più utilizzato, ma per descrivere i sentimenti negativi verso il futuro e la crisi ambientale ci sono anche termini come ansia climatica, angoscia climatica e simili. Mentre la psicologia inizia a trovare un sistema di misurazione del fenomeno e gli strumenti da fornire per conviverci, l’ansia per il clima diventa sempre più reale.

Come agire contro l’eco-ansia?

L’eco-ansia porta sempre più persone nelle piazze a prendere posizione contro le iniziative o l’assenza di queste che riguardano l’ambiente e il futuro della Terra. Non possiamo però evitare di raccontare un’altra faccia dell’eco-ansia, ovvero quella di chi non ha il tempo di fermarsi a pensare perché vittime del cambiamento climatico. L’eco-ansia è un fenomeno occidentale, privilegiato si potrebbe dire, rispetto a chi è pesantemente colpito dalla crisi climatica e ha come unico scopo sopravvivere.

Quando si scende in piazza non si scende soltanto per se stessi, per la propria paura di non vivere il domani, ma anche per chi oggi subisce le conseguenze dell’industrializzazione e del capitalismo occidentale.

Imparare a gestire l’eco-ansia in Occidente o fare la raccolta differenziata correttamente non basta a risolvere una crisi che richiede un’attenzione quotidiana e una progettazione a lungo termine allo stesso tempo. Passare all’azione pratica è un intervento efficace in Occidente, ma meno in altre zone del mondo. Tutti soffriamo o potremmo soffrire di eco-ansia, ma la vulnerabilità geografica e l’assenza di assistenza psicologica ci mettono su due piani differenti. L’azione deve essere quindi collettiva e globale, così come lo è la catastrofe climatica che viviamo.

Scelte ai seggi, piazze piene, attivismo social e campagne di sabotaggio ai giganti che maggiormente inquinano sono un passo. Quello dopo è l’invio di supporto economico e organizzativo nei luoghi colpiti dalle conseguenze del cambiamento climatico.

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Articolo di Giorgia Bonamoneta

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