L’espressione White saviorism deriva da White Savior dall’inglese: “salvatore bianco”. Questo tipo di narrativa, e retorica, si utilizza e si riferisce a una o più persone bianche che forniscono aiuti a persone non bianche. Contestualizzando l’espressione, è possibile concretizzare questo tipo di narrazione quando, per esempio, si parla di aiuti umanitari. La connotazione della locuzione in essere può anche assumere un tono critico e sarcastico in quanto chi fornisce aiuti umanitari è spinto da motivazioni vanesie o egoistiche. Per Salvatore bianco , infatti, si intende una forma di benevolenza bianca verso le altre persone non bianche considerate quasi debitrici verso il White Savior.

White Saviorism, fornire aiuti a persone BIPOC: il privilegio mascherato da nobiltà d’animo

White saviorism
Photo Credits: Ava Bayley, ”The Guardian” (ucsdguardian.org)

Il White Saviorism è una narrativa che pone le sue convinzioni su una presunta benevolenza da parte delle persone bianche sulle minoranze etniche o le persone BIPOC (Black, Indigenous and People of Colour), visti come destinatari passivi di questa sorta di omaggi concessi dal ”salvatore bianco”, eroe benevolente. In realtà questa retorica puramente fallace deriva da quello che è anche noto come ”complesso del Messia”, “Sindrome del salvatore” o “White savior complex”; complesso del salvatore bianco, appunto.

Il White Saviorism si associa a una versione moderna di ciò che il poeta Rudyard Kipling, Premio Nobel per la Letteratura nel 1907, descrive nella poesia Il fardello dell’uomo bianco (The White Man’s Burden, 1899). La poesia, ben presto, diventa una sorta di manifesto del colonialismo e “il fardello dell’uomo bianco” altro non era che un modo per riferirsi al bisogno, quasi necessità, di civilizzare quelle persone estranee alla tradizione europea; anche con la forza.

L’uomo europeo è qui dipinto quasi come un eroe che sacrifica la propria esistenza per civilizzare il mondo barbaro; dove barbaro, nella maggior parte dei casi, è un aggettivo utilizzato per appellare ciò che l’uomo convinto del proprio privilegio neanche conosce, come ben esplica la prima strofa della poesia.

Raccogli il fardello dell’Uomo Bianco–
Disperdi il fiore della tua progenie–
Obbliga i tuoi figli all’esilio
Per assolvere le necessità dei tuoi prigionieri;
Per vegliare pesantemente bardati
Su gente inquieta e selvaggia–
Popoli da poco sottomessi, riottosi,
Metà demoni e metà bambini.

Il concetto di White Saviorism trae la sua origine proprio da questa poesia e originariamente era associato alle Filippine, tuttavia l’espressione è stata riferita principalmente all’Africa considerando, anche, la storia colonialista di questa nazione. Aiutare qualcuno che è in difficoltà, però, non è sempre nobiltà d’animo o generosità; il White Savior Complex cela nei meandri di questa parvenza solidale una ideologia insita: quella di essere migliori, e che gli altri siano appunto solo ”altri” che devono anche ringraziare, in un certo senso, di aver ricevuto aiuti.

White Savior Complex: la correlazione con l’egoistico bias self-serving

La narrazione del ”Salvatore bianco” indica, per lo più, la tendenza di un gruppo di persone privilegiate e bianche a donare aiuto a chi è considerato ”estraneo”, quasi non appartenente all’umanità. Ne consegue che chi non appartiene a questa categoria sia considerato ”altro”: modus operandi che si rifà al self-serving, ovvero un bias cognitivo secondo cui rendersi buoni, generosi e caritatevoli serve a migliorare la propria autostima, essendo poi ritenuti dei benefattori anche dalla collettività.

Si pensi a chi va in vacanza in continenti Africani: è facile trovare selfie o foto con bambini, per lo più, della popolazione locale come se si stesse fotografando un qualcosa di diverso dallo stesso soggetto che fotografa. Spesso si enfatizza sulla felicità di questi bambini, sottolineando la romantica cornice con il sempreverde e pleonastico ”nonostante tutto” che evidenzia la condizione di povertà dei fotografati da parte dei fotografanti. Qui entra in gioco anche quello che è definito ”poverity porn”; media che sfruttano una condizione di svantaggio o povertà per generare una sorta di empatia attraverso la stessa, in modo tale da aumentare vendite e donazioni a sostegno di una causa.

Il White Saviorism nei media è spesso costellato da situazioni simili che alla causa sociale non danno proprio nulla se non far capire falsamente ai ”salvatori bianchi” che possono salvare una comunità grazie alla loro posizione di privilegio; e far sentire gli aiutati come definiti per quello status di sofferenza in cui vertono e per cui non hanno colpa. Questo tipo di dinamica è spesso diffusa nell’universo mediale, dalla televisione al cinema e persino nei fumetti.

White Saviorism, Teju Cole e il “Complesso industriale del salvatore bianco”

Spesso varie celebrità dello spettacolo che occupano importanti ruoli umanitari sono stati accusati di ricadere nel ”complesso del salvatore bianco”. Lo scrittore Teju Cole ha coniato il termine “Complesso industriale del salvatore bianco” dopo l’uscita del documentario Kony 2012 nel marzo 2012; scrisse sulla questione prima su Twitter, e poi un articolo per The Atlantic, chiarendo la genesi dell’espressione in sette punti:

  • Da Sachs a Kristof, da Invisible Children a TED, il settore in più rapida crescita negli Stati Uniti è il Complesso industriale del salvatore bianco.
  • Il salvatore bianco sostiene politiche brutali al mattino, fonda enti di beneficenza nel pomeriggio e riceve premi la sera.
  • La banalità del male si trasmuta nella banalità del sentimentalismo. Il mondo non è altro che un problema da risolvere con entusiasmo.
  • Questo mondo esiste semplicemente per soddisfare i bisogni, inclusi, soprattutto, i bisogni sentimentali, dei bianchi e di Oprah.
  • Il complesso industriale del salvatore bianco non riguarda la giustizia. Si tratta di vivere una grande esperienza emotiva che convalida il privilegio.
  • Preoccupazione febbrile per quell’orribile signore della guerra africano. Ma quasi 1,5 milioni di iracheni sono morti a causa di una guerra scelta dagli americani. Preoccupatevi di questo.
  • Rispetto profondamente il sentimentalismo americano, come si rispetta un ippopotamo ferito. Devi tenerlo d’occhio perché sai che è mortale.

Quello che Cole evidenzia sono gli effetti dannosi che i fantomatici salvatori bianchi danno all’esperienza emotiva che consegue da atti come beneficenza o attivismo, rispetto all’affrontare questioni e problematiche più importanti che non mirino solo allo smaltarsi dell’ego, come per esempio l’oppressione persistente e altre situazioni ardue e spinose che affliggono varie nazioni.

Decostruire la narrativa del salvatore bianco

Si può decostruire la narrativa del ”salvatore bianco” e tutti i pregiudizi legati al White Saviorism cercando di non enfatizzare sull’attività di sostegno che il soggetto bianco e privilegiato tenta di dare a una comunità che vive in svantaggio. Invece, quindi, di sottolineare romanticizzando l’azione salvifica verso qualcuno appartenente a una comunità svantaggiata, si dovrebbero mostrare le peculiarità della comunità stessa evidenziandone i punti di forza; l’intento primario non deve essere quello di attuare un lavoro salvifico ma di scoperta.

Diventa quindi necessario sostituire il verbo ”salvare” con ”scoprire” dando voce ai protagonisti che quella condizione la vivono ogni giorno. Come può una persona estranea che vive nell’agio, magari, narrare realisticamente una realtà che non vive né osserva? Bisogna sradicare la visione colonialista che erge il bianco a eroe verso l’altro e svilisce l’aiuto in mero assistenzialismo; una concezione che non fa bene alla causa in quanto il vero aiuto consiste nel far sì che quella collettività diventi indipendente e cooperante.

Stella Grillo

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