La città verrà distrutta all’alba”, “The crazies” nel titolo originale, è la pellicola con cui George Romero cercò inizialmente una coniugazione altra della propria narrativa zombie. Più politico in senso lato, nel 1973 non ebbe particolari riscontri né di pubblico, né di critica.

In un certo senso troppo avanti per i suoi tempi, in un altro ormai superato nelle sue tematiche principali. Comunque, sempre profondamente americano. Non poteva quindi che essere un californiano, in piena remake fever (2010), a metterci mano nel tentativo di dargli una veste più moderna.

“La città verrà distrutta all’alba”: chi è dentro, è dentro

Sta succedendo qualcosa di inquietante a Ogden Marsh, in piena corn belt americana. Nello stretto giro di due giorni, due dei suoi residenti sembrano impazziti. Il primo è stato abbattuto dallo sceriffo (Timothy Oliphant) dopo un’irruzione armata durante la settimanale partita di baseball degli adolescenti locali. Il secondo è in stato d’arresto dopo aver dato intenzionalmente fuoco alla propria abitazione, al cui interno ha imprigionato moglie e figlio. Il sospetto che abbia qualcosa a che fare con l’acqua potabile della comunità si rivela fondato quando nuovi casi di follia vengono a galla. E la carcassa di un misterioso aereo viene rinvenuta nel locale bacino idrico.

A scansare ogni dubbio sulla gravità della situazione, l’intervento in forze dell’esercito nazionale, il cui unico scopo sembra quello di fare totale piazza pulita dell’intera città. Riusciranno lo sceriffo David, la moglie Judy (Rada Mitchell) e il collega Russell (Joe Anderson) a fare breccia nello rigidissimo campo di contenimento militare che non promette nulla di buono? Ogden Marsh è la cittadina dei sogni di un certo tipo di cultura americana. Provinciale, lavoratrice, empatica e solidale. Dove non c’è premio migliore per una delle infinite giornate lavorative negli sterminati campi di mais che una partita di baseball domenicale o una sana bevuta tra amici. L’idillio rurale in terra yankee. Una sorta di sogno di autogestione ed autosufficienza della fu lower middle class che l’ottuso governo federale non può che compromettere irrimediabilmente.

Zombie politici

Con disastri e soluzioni ai disastri che sono peggiori degli errori stessi. La placida, produttiva e onesta american way of life sistematicamente boicottata dalle mostruose ingerenze di un governo alla continua ricerca di strumenti di oppressione, controllo e dominio. Come la misteriosa tossina a scopi militari che nel suo viaggio verso la distruzione in Texas finisce per inquinare le risorse idriche di una fiorente comunità. Trasformando in pazzi nichilisti e omicidi i suoi abitanti. E che per ovviare all’errore, non può che fare piazza pulita di tutto. Era questa l’idea low budget di George Romero quando, nel 1973, penso di dare un colore più politico ai suoi amati zombie. Non più divoratori di carne umana, ma semplici macchine per uccidere che, pur nella loro crazyness, non perdono la capacità di usare un’arma o appiccare un incendio come dio comanda. O usare un forcone, in mancanza d’altro.

Certo non aiutò una modesta sceneggiatura che, da un valido pretesto narrativo, si sviluppava in una vicenda farraginosa, non particolarmente brillante e , nonostante i presupposti, dal respiro piuttosto corto. Va da sé che con gli anni la pellicola, pur minore nella filmografia di Romero, seppe crearsi una nutrita schiera di ammiratori, conquistati più dalle intenzioni che dalla effettiva messa in scena. Ai tempi dell’annuncio del remake, furono in molti a storcere il naso. Chi per l’intenzione di rimettere mano a un lavoro tutt’altro che eccelso. Chi per la solita, vecchia convinzione che i cult debbano essere lasciati a prescindere al loro posto. In più, alla regia Breck Eisner, che in campo horror aveva timbrato il cartellino solo nell’antologico “Fear Itself”. Eppure la pellicola funziona, e anche più dell’originale.

Con i complimenti della casa

Per quanto parzialmente rimaneggiata in fase di sceneggiatura, e per quanto non sia stata in alcun modo corretta quella povertà di scrittura, è un film che si guarda volentieri. E con buona pace dei  cultori dell’intoccabilità delle sacre reliquie, anche più dell’originale. Merito di una messa in scena che sì vive soprattutto sull’adrenalina e la tensione, ma che lo fa in maniera solida ed efficace. Un cast ridotto all’osso e tutt’altro che glam, ma assolutamente efficace. Con il Timothy Oliphant del coevo “Justified” non a caso in panni che ricordano molto quelli del suo ruolo nella serie FX. Decisamente più muscolare del modello di riferimento, in ogni caso non tralascia il discorso politico di fondo.

Ma lo subordina ad una forma di intrattenimento horror con tutte il grandguignol e gli eccessi del caso al posto giusto. Solide ed efficaci soluzioni registiche e una certa tensione che ammicca ad analoghe soluzioni videoludiche che fa appieno il proprio lavoro. Tutt’altro che indimenticabile ma assolutamente godibile, ai tempi “La città verrà distrutta all’alba” ricevette il benestare dello stesso Romero, che ne lodò il gusto per la reinterpretazione.

Andrea Avvenengo

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