Stasera, su Iris, andrà in onda “Shining”, film cult diretto dal visionario regista Stanley Kubrick e tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King.

Pellicola che ha sconvolto il mondo del cinema per la sua continua suspense, le sue inquadrature inedite e la costante paura provata dagli spettatori, “Shining” è entrato di diritto nell’Olimpo dei film per la sua incredibile capacità di essere, a distanza di 40 anni dalla prima visione, ancora assolutamente attuale nel rappresentare la pazzia dell’uomo e le conseguenze brutali che questa porta.

“Shining”: la “luccicanza” e l’ascia di Jack Torrence

Di “Shining”, a volte, si ricordano soltanto un bambino con la “luccicanza”, un padre con un ascia in mano, due gemelline che invitano chi guarda a giocare con loro e una morta in una vasca da bagno, ma nel film vi è molto più di questo. Il lungometraggio parla di Jack Torrence (Jack Nicholson), ex insegnate con problemi di alcolismo, il quale si ritrova ad essere assunto come guardiano invernale dell’Overlook, un hotel sperduto tra le montagne del Colorado. Insieme a lui, Jack porta sua moglie Wendy (Shelley Duvall) e il piccolo Danny (Danny Lloyd), bambino con doti paranormali più comunemente chiamate “luccicanza” (lo “shining”, appunto), che gli permettono di sentire i pericoli imminenti. Nonostante l’hotel sembri un posto come gli altri, al suo interno si nascondono forze incontrollabili pronte ad avvicinarsi a Jack.

Così, il soggiorno di vari mesi all’Overlook non si prospetta semplice come pensato dal protagonista. Infatti, si accavallano visioni nella testa di Jack Torrence, feste nelle sale da ballo abbandonate, donne nude che fuoriescono dalle vasche da bagno morte, sangue che sgorga dagli ascensori come un fiume in piena. E Jack, semplicemente, non può fare niente per impedirsi di impazzire, se non cedere alle lusinghe dell’hotel. In un tripudio di continua ansia e incredibile tensione, alla fine Jack decide di prendere un’ascia e di uccidere la propria famiglia. Tocca al piccolo Danny e ai suoi incredibili poteri il compito arduo di riuscire a salvare sua madre e sé stesso.

La genesi di uno dei film più paurosi del cinema

Le persone paurose si staranno chiedendo se possono affrontare i 144 minuti di questo film. La risposta, ovviamente, è sì, perché “Shining” non è soltanto un film di paura, ma è soprattutto una storia psicologica che parla della pazzia degli esseri umani, dell’incontrollabilità delle nostre emozioni e delle conseguenze devastanti sulle altre persone. Ed è proprio con questo preciso scopo che Stanley Kubrick, dopo l’insuccesso di “Barry London”, decise di rappresentare sul grande schermo uno dei libri più famosi di quegli anni, l’unico che davvero lo catturò con anima e corpo. «C’è qualcosa di intrinsecamente sbagliato nella personalità umana. C’è una parte malvagia. Una delle cose che le storie horror possono fare è mostrare gli archetipi dell’inconscio; possiamo vedere la parte malvagia senza doverci confrontare con essa in modo diretto» affermò il regista, parlando del tema centrale del film.

Nonostante fossero stati presi in considerazione Robert De Niro, Robin Williams ed Harrison Ford, il ruolo del protagonista fu subito affidato a Jack Nicholson poiché fu considerato l’unico adatto dallo stesso Stephen King. Kubrick volle realizzare un film di qualità, ponendo al suo interno tutte le innovazioni tecnologiche necessarie (a cominciare dalla steadicam a mano), e l’intera creazione si basò sulla macchina da presa che precede o segue gli attori a brevissima distanza, per dare così allo spettatore l’impressione di trovarsi all’interno di un labirinto da cui è impossibile uscire. “Shining”, insomma, rappresentò una vera e propria rivoluzione, ponendosi al secondo posto nella classifica dei migliori film horror della rivista “Time Out”, subito dopo L’esorcista.

“Shining”: la creatura che non piacque al suo creatore

Nonostante l’enorme successo e gli incassi stratosferici, la persona che più criticò “Shining” fu proprio il suo creatore, Stephen King, il quale definì la pellicola “fredda e distaccata”, priva di quell’introspezione psicologica tanto cara all’autore. Inoltre, considerò la Duvall inadatta al ruolo e Nicholson “pazzo sin dalla prima scena”, presupposti che ribaltarono completamente le caratteristiche del romanzo. E di critiche del genere ce ne furono tante, probabilmente per la lentezza iniziale della pellicola, atipica per i film horror di quel periodo.

Ma, pur con tutti gli ostacoli, “Shining” è oggi uno dei film cult più importanti del cinema, impossibile da non vedere se si vuole assaporare una storia indimenticabile, che ti entra al di sotto della pelle per poi non andarsene più. Perché, in fondo, tutti noi siamo attratti dalla magnifica e terrificante sensazione che solo la “luccicanza” ci sa dare.

Monica Blesi

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