Thomas Mann nacque a Lubecca, una città nel nord della Germania, nel 1875. Proveniente da una famiglia ricca borghese: suo padre era un ricco commerciante di cereali e console d’Olanda, sua madre era brasiliana e appassionata di musica. Ereditò dal padre gli ideali di operosità borghese, dalla madre una forte sensibilità per la musica e la bellezza in genere. L’autore sosteneva di sentirsi appartenere alla popolazione tedesca e quella latina e sarà proprio questa evidente dicotomia a denotare il suo carattere e la sua produzione artistica.

Nel 1891 suo padre morì e la sua famiglia si trasferì a Monaco di Baviera. Thomas iniziò a lavorare per una compagnia di assicurazioni, successivamente si iscrisse all’università. Non si rivelò mai uno studente brillante, ma presto scoprì il suo grande talento letterario. Dopo una serie di viaggi in Europa e dopo essersi stabilito negli Stati Uniti d’America, nel 1949 tornò in Svizzera definitivamente. Morì a Kilchberg (Zurigo) nel 1955.

Thomas Mann: i temi delle sue opere

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Nobel Prize Winning Author Thomas Mann (Photo by Jerry Cooke/Corbis via Getty Images)

Centrale in quel che scrive è il conflitto fra l’arte e la vita, l’artista (un personaggio diverso dal comune) in contrasto con il mondo circostante; da questo contrasto deriva un tema fondamentale, quello della malattia. La malattia fisica è considerata espressione di una patologia spirituale, sintomo della consapevolezza della realtà e distingue positivamente coloro che la raggiungono, in grado di distinguersi da tutti.

Oltre al contrasto e la malattia, vi possiamo trovare anche la decadenza del mondo borghese. Un contrasto sociale in quanto è l’autore stesso che si sente attratto dalla società di Lubecca di cui ha fatto parte. Al tempo stesso, Mann è l’autore che avverte anche i limiti di questo mondo, soprattutto la mancanza di spiritualità. Nonostante conoscesse i principali filosofi, scrittori e musicisti del suo tempo, Mann viene principalmente ispirato dalla classicità di Goethe, il quale è stato in grado di conciliare la ragione con la fantasia, la vita reale e le esigenze dello spirito.

Il suo stile è molto complesso: presenta un’architettura classicheggiante, si avvale di materiali linguistici eterogenei. Alla lettura appare solido e ostico per le numerose disgressioni tecniche che rendono difficile la comprensione lineare della trama.

I Buddenbrook

Il sottotitolo del romanzo è Decadenza di una famiglia, pubblicato nel 1901, in cui la malattia e l’inquietudine esistenziale corrodono la sanità borghese di quattro generazioni di una agiata famiglia di Lubecca; i componenti sono sempre più indeboliti dalla mancanza di controllo per le loro passioni. Il romanzo segue la tradizione del realismo ottocentesco che racconta il declino della città e della borghesia. Il romanzo è autobiografico, molti personaggi sono basati sui membri della sua famiglia.

La morte a Venezia

Viene pubblicato nel 1912, è un romanzo breve ambientato in una Venezia decadente, voluttuosa, “malata” appunto, dove si diffonde anche il colera. Qui uno scrittore è l’alter-ego di Mann e sente che la sua identità sta cedendo, minata da impulsi di morte e di trasgressioni omosessuali. Il regista Luchino Visconti ha anche realizzato un adattamento cinematografico nel 1971. I temi affrontati in questo racconto sono gli stessi che caratterizzano tutta l’arte di Mann: il rapporto tra arte e vita, tra vita e morte e tra l’amore a la morte.

La montagna incantata

Un romanzo-saggio pubblicato nel 1924 che testimonia delle tendenze culturali decadenti e delle tappe del loro superamento e gli valse il premio Nobel per la letteratura nel 1929. In un sanatorio, definito incantato perché è un piccolo mondo impenetrabile alle preoccupazioni del quotidiano, la malattia fa emergere i sentimenti essenziali e più autentici dell’animo umano.

Il “sano” borghese Hans Castorp, si reca in visita dal cugino malato di tisi, ma scopre di essere egli stesso malato. La trama può essere intesa come allegoria dell’Europa decadente e dell’alta borghesia già travagliata dai miti violenti che l’avrebbero condotta alla Prima guerra mondiale.

Dottor Faustus

Il romanzo uscì nel 1947, considerato come un’interpretazione moderna della leggenda di Faust, scritta da Goethe. La storia narra di un compositore che vende l’anima al diavolo ottenendo in cambio, per ventiquattro anni, la possibilità di lavorare senza stancarsi e la capacità di creare nuove tonalità e un nuovo stile musicale. Il protagonista raggiunge un grande successo e attraversa quegli anni promessi con grande indifferenza, dimenticando del tutto gli affetti più cari. Anche qui una lettura allegorica permette di vedere nel protagonista il destino della Germania nazista.

Alla tragica morte di suo nipote Echo comincia a comprendere l’orrore delle sue scelte, facendosi assalire da dubbi e pentimenti, ma è troppo tardi. Nel 1940 presenta al pubblico il suo ultimo lavoro, la Lamentatio Doctoris Faustii, un’opera geniale che segna una rottura con la tradizione musicale precedente ma, proprio all’apice del successo, impazzisce.

Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull

A Francoforte, nel 1954, Mann pubblica il suo ultimo romanzo. L’opera è rimasta incompiuta e narra in prima persona e con uno stile parodistico le memorie di Felix Krull, rampollo di una ricca famiglia renana. Fin dagli anni dell’adolescenza Felix mostra una forte propensione all’imbroglio e alla finzione, ma queste si manifestano completamente quando diventa un giovane uomo e ottiene un impiego da lift-boy (uomo dell’ascensore) in un albergo che porta il nome di Armand Kroull. La sua carriera è rapida: da lift-boy a primo cameriere e uomo di mondo.

Martina Puzone

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