«Non riesco a sopportare quelli che non prendono seriamente il cibo», scriveva Oscar Wilde, una delle menti più brillanti della sua epoca, e non solo. Con la consueta sagacia, l’autore inglese sottolineava il legame in apparenza superficiale -ma in realtà profondissimo- tra l’uomo e ciò che lo nutre. Mangiare non è infatti soltanto un bisogno primario, ma un piacere, un’occasione di aggregazione e di comunione con il prossimo. Una tavola imbandita simboleggia gioia e benessere, così come un tavolo spoglio è lo specchio di una situazione difficile. Da sempre, la letteratura racconta la società, e lo fa attraverso diversi escamotage; tra di essi, c’è anche l’alimentazione.
Cibo e letteratura: dal peccato originale ai viaggi di Odisseo

Tutto, d’altronde, ha avuto inizio per una mela. Nella Bibbia, Eva cede alla tentazione di cogliere un pomo e di assaggiarlo, nonostante le sia vietato; la sua ribellione alle regole rappresenta il passaggio da uno stato di “paradisiaca” beatitudine all’essere umani, con tutti i difetti del caso. Da quel momento, il cibo diventerà un elemento fondamentale per raccontare storie di felicità e di stenti, di virtù e peccato, di famiglia e solitudine.
L’Odissea, ad esempio, dedica ad esso uno spazio decisamente ampio. Pensiamo all’orto dei Feaci, nel quale fioriscono e fruttificano «peri e granati e meli con splendidi frutti, dolcissimi fichi e rigogliose piante d’ulivo», o all’antro di Polifemo, dove «erano carichi di formaggi i graticci, eran stipati i recinti di agnelli e di capretti». Lo stesso Odisseo, per poter entrare nell’Ade, dovrà offrire latte e miele alle anime dell’oltretomba, per poi sacrificare una pecora nera e un montone. Importante è, inoltre, la comparsa, al cospetto della ninfa Calipso, dell’ambrosia, spartiacque tra l’umano e il divino.
Peccati di gola
In tutta la letteratura classica e medievale il mangiare è un espediente narrativo importantissimo. Basti pensare al Satyricon di Petronio, nel quale il banchetto di Trimalcione s’impone come momento più alto della vicenda, o a Dante, che dedica un girone infernale proprio ai peccati di gola e -per estensione- all’ingordigia di chi non sa accontentarsi.
Facendo un salto in avanti di qualche secolo, incappiamo in un utilizzo a volte erotico del cibo. Ne sono un esempio le Memorie di Casanova, nelle quali assaporare delle ostriche -da sempre ritenute afrodisiache, si trasforma in un gioco di seduzione: «Ci divertimmo a mangiare le ostriche scambiandole quando già le avevamo in bocca. Lei mi presentava sulla sua lingua la sua nello stesso istante in cui io le imboccavo la mia. Non esiste gioco più lascivo, più voluttuoso tra due innamorati».
Il cibo nella letteratura, specchio della società
Nell’Ottocento, con l’irrompere del romanzo sociale, il cibo si afferma ancor più prepotentemente come lo specchio della realtà, e come indicatore delle condizioni dei protagonisti. Ne I Promessi Sposi, mentre Don Rodrigo e i suoi scagnozzi gozzovigliano con carni pregiate e litri di vino, il buon Renzo porta all’Azzeccagarbugli i famosi capponi, privandosene per una buona causa, il suo matrimonio con Lucia. La tavola di Madame Bovary è degna d’invidia: «C’erano quattro lombate di bue, sei fricassee di pollo, un umido di vitello, tre cosciotti arrosto, e, nel mezzo, un bel maialino di latte allo spiedo, circondato da quattro salsicciotti all’acetosella». Tutto quel ben di Dio, tuttavia, non riesce a saziare la sua fame d’amore; in questo caso, l’opulenza di un pasto di prima scelta stride con i dissidi interiori della donna.
Ne Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, tornato di recente in auge grazie all’omonima serie prodotta da Netflix, il banchetto è indice di un cambiamento di un mondo che il Principe di Salina stenta a riconoscere. Il buffet al ballo Ponteleone è abbondante, e l’autore si sofferma a descrivere «la monotona opulenza delle tables à thé dei grandi balli»; nonostante questo, la nobiltà del Meridionè è inesorabilmente in declino e, ben presto, dovrà cedere il passo alle giubbe rosse di Garibaldi.
Il potere catartico di un morso
Un semplice assaggio, magari di qualcosa che non si mangiava da tempo, può riaccendere, nelle nostre menti, delle memorie che ormai consideravamo smarrite. Nella Ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, ad esempio, una madeleine inzuppata in un infuso risveglia nel narratore -e nell’autore- una catena di ricordi legati all’infanzia.
«E appena ebbi riconosciuto il sapore del pezzetto di madeleine», si legge nel romanzo, «inzuppato nel tiglio, che mi dava la zia (benché non sapessi ancora, e dovessi rimandare a molto più tardi la scoperta del motivo per cui quel ricordo mi rendesse tanto felice), subito la vecchia casa grigia sulla strada, dove era la sua camera, si adattò, come uno scenario di teatro, al piccolo padiglione che dava sul giardino, costruito sul retro per i miei genitori (quel lato tronco che solo avevo rivisto fin allora); e con la casa, la città, da mattina a sera, e con qualsiasi tempo, la piazza dove mi mandavano prima di pranzo, le vie dove andavo a far delle compere, i sentieri in cui ci si inoltrava se il tempo era bello». Un piccolo morso, che racchiude in sé molto, molto altro.
Federica Checchia
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