Stasera in tv: BlacKkKlansman. Spike Lee si interroga sulla conciliabilità tra bianchi e neri, in un’incessabile dialettica tra appartenenza alla razza e appartenenza alla società, insurrezione ed accettazione delle istituzioni, commedia e dramma, finzione e documentario. Un’opera che si vuole agli antipodi dello stile hollywoodiano, non accentandone la facile retorica e rappresentazione monolitica di una sola morale, una sola verità. La realtà è frantumata da una trama pastiche che rimescola i “ruoli” di bianchi e neri ed un postmoderno collage di fonti di archivio, fotografie, film di finzione e documentario. Tra ironia e colpi di scena, gli strati del discorso si aggiungono, man mano che i comici anticlimax cedono il posto alla tensione, fino al pugno allo stomaco conclusivo.
È il 1972 e Ron Stallworth (John David Washington) convince la polizia di Colorado Springs ad assumerlo come detective in incognito. Prevedibilmente inviato a spiare i movimenti di lotta per i neri, egli propone al dipartimento di investigare invece il Ku Klux Klan, con il quale entra in contatto telefonico, grazie ad un semplice annuncio sul giornale. L’agente Stallworth si ingrazia le simpatie del clan, che lo vuole incontrare. Ma come presentarsi in persona? Egli si “sdoppierà”, facendosi sostituire dall’agente Flip Zimmerman (Adam Driver). Il quale, tuttavia, dovrà fare attenzione a nascondere le proprie origini ebraiche, anche esse oggetto di persecuzione del gruppo.
Le tonalità del razzismo
BlacKkKlansman è basato sulla vera vicenda di Ron Stallworth, poliziotto di colore che si è infiltrato nel Ku Klux Klan durante gli anni ’70. L’assurdità della storia garantisce di per sé il potenziale comico. Funziona l’ironia delle conversazioni telefoniche con il Klan, in cui il nero Stallworth si lancia in grottesche esibizioni di odio, in realtà auto-discriminatorio. È dunque possibile trattare il tema del razzismo evitando le facili retoriche dei pomposi drammi hollywoodiani. Il film è degli stessi produttori dell’acclamato Get Out, una commedia horror,che scherza sulla possibile eliminazione dei neri da parte dei bianchi.
Spike Lee si fa beffa dei cliché del thriller d’azione attraverso un uso massiccio e sistematico dell’anticlimax. All’inizio, il nostro eroe si conquista il rivoluzionario ruolo di primo poliziotto di colore, per finire a fare il topo di biblioteca negli archivi. Il procedimento di ammissione al Klan è un mero tesseramento, identico a quello di iscrizione ad una palestra. Il componente più infervorato è una casalinga grassoccia. Stanca di collaborare solo offrendo crackers, vuole posare il grembiule e passare all’azione. Del resto, però, altra faccia tragicamente ironica, il male nasce spesso proprio nella noia e nella banalità del quotidiano.

Stasera in tv-BlacKkKlansman melting pot di linguaggi
Il pastiche della storia di Spike Lee è messo in scena con una confezione altrettanto impasticciata, o postmoderna. Un cinema che si tinge degli schemi visivi del documentario, si mette in dialogo con le proprie opere classiche e si nutre della veridicità delle foto e delle immagini di archivio. Il documentarista Lee celebra l’umanità dei propri protagonisti, isolandoli al centro di fotogrammi simmetrici. Ne inquadra inoltre i volti, secondo l’estetica del ritratto, con immagini statiche come fotografie, su fondi scuri o omogenei, come nella elegantissima scena della riunione studentesca. Ancora documentaristico è lo sguardo diretto alla cinepresa dell’anziano signore di colore, che racconta al pubblico la straziante e macabra storia di un uomo nero ingiustamente ucciso, fatto a pezzi e venduto alla folla.
Lee mostra questo narratore, affidandosi al realismo del potere evocativo del racconto orale e delle foto. Al tempo stesso, si alternano le immagini della surreale cerimonia di iniziazione al Ku Klux Klan, che si svolge a colpo di maschere e promesse di difesa dell’Impero Invisibile. Reale e surreale si intrecciano così, attraverso il linguaggio classico del montaggio alternato; impiegato al servizio della tensione, ma anche in sé evocatore della dualità di questi due mondi opposti. Essa è altrimenti sottolineata grazie allo strumento altrettanto classico dello split screen.E quando tutto sembrava essere finito per il meglio, l’hollywood ending viene travolto dal pugno finale, con una scelta documentaristica che rifiuta, ancora una volta, le divisioni facili e i cliché di genere.
Stasera in tv-BlacKkKlansman: amore e odio per il cinema bianco
Tra foto, documentario, cinema ed archivio, Spike Lee solleva la questione della verità dei film e della responsabilità di ciò che è rappresentato. La dimensione meta-cinematografica è presente nelle scene in cui il poliziotto bianco impara a diventare il collega afroamericano recitando uno script. È presente, inoltre, nel finto materiale d’archivio, in cui un cattivissimo Alec Baldwin è il presentatore di un reportage razzista. Tra schiarimenti di voce e frasi mal ricordate, le stesse immagini documentaristiche lo coprono e trasfigurano in un’ombra nera e diabolica.
Crudele come quella Nascita di una nazione, che secondo questo film ha causato il successo del Ku Klux Klan nel 20simo secolo; e secondo la storia della settima arte, ha fondato il linguaggio narrativo nonchè tecniche come il montaggio alternato, usato proprio nel momento più importante di BlacKkKlansman. Spike Lee si interpella a quel cinema bianco con amore e odio. Love and hate, come il tatuaggio del protagonista di Fa’ la cosa giusta!. Il quale a sua volta cita La morte corre sul fiume , del bianco Charles Laughton, ma è al tempo stesso inciso sulle mani di un nero, vittima di razzisti. Amore e odio, divisione e fusione. La realtà non è semplice, ma il film si conclude con una bandiera americana in bianco e nero, segno forse di una speranza di riconciliazione. Stasera in tv: BlacKkKlansman su Iris, alle 21.
Sara Livrieri
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