La mattina dell’11 gennaio 2016 ci siamo svegliati con l’annuncio della morte di David Bowie, avvenuta la notte del 10 gennaio all’età di 69 anni, nel suo attico al 285 di Lafayette Street, New York; da diciotto mesi combatteva segretamente contro un tumore al fegato. Una notizia che ha scioccato il mondo intero, dai colleghi alle persone comuni. Innumerevoli musicisti, nei giorni immediatamente successivi, e anche oltre, hanno omaggiato l’artista dedicandogli pensieri e canzoni. I fans, invece, si sono riversati nei luoghi simbolo della sua vita e carriera, primo fra tutti il quartiere londinese di Brixton, dove il cantante è nato e cresciuto.

Sono passati nove anni da quel giorno, eppure il mito di Bowie non è stato minimamente scalfito e, anzi, sembra più vivido che mai, grazie anche agli sforzi della famiglia nel preservare il suo ricordo nella memoria collettiva. Mostre, memorial, musical e concerti di vario genere sono stati dedicati al Duca Bianco, ripercorrendo la sua straordinaria parabola terrena. Ecco, allora, cinque curiosità che lo riguardano, e che raccontano la sua incredibile vita.

Un “colpo” di fortuna per David Bowie

David Bowie
David Bowie

Lo sguardo magnetico e “alieno” di David Bowie viene spesso scambiato per eterocromia; in realtà, il diverso colore dei suoi occhi nasconde tutt’altra storia. Dietro questo tratto somatico così particolare, infatti, c’è una rissa finita male tra lui e l’amico George Underwood, quando i due erano appena quindicenni. Il motivo della bagarre? Una ragazza da loro contesa.

All’epoca, Bowie era ancora noto con il nome di battesimo, David Jones. Underwood ricorda bene quell’episodio: «Non ho mai dimenticato quel giorno. Stavamo sempre insieme da quando avevamo nove anni. Eravamo ragazzi, ci vestivamo eleganti e andavamo su e giù per Bromley High Street cercando di attirare l’attenzione delle ragazze. Dovevamo incontrarci in un club, ma David mi ha ingannato e mi ha detto che lei aveva cambiato idea. Quando sono arrivato al club le sue amiche mi hanno detto: dove eri finito? Carol (la ragazza che piaceva a entrambi, ndr.) ti ha aspettato per un’ora. Avevo quindici anni, e ho deciso che gliel’avrei fatta pagare. Il pugno che gli ho tirato non era forte, ma ovviamente avevo sbagliato angolazione».

Per errore, George colpisce David sull’occhio sinistro, provocandogli una paralisi alla pupilla, che dona al suo sguardo questa nuova asimmetria: «Sono stato malissimo per anni per averlo ferito, era la mia condanna. Ma lui mi ha sempre ringraziato per averlo aiutato a creare la sua immagine».

Rebel, Rebel anche per i capelli

Nel 1964, a soli diciassette anni, un David Bowie già ribelle nell’animo decise di fondare la Società per la prevenzione della crudeltà verso gli uomini dai capelli lunghi. Si trattava di un’organizzazione creata per protestare contro il trattamento riservato a lui e agli altri “capelloni” per le strade della capitale britannica.

Per il musicista in erba, si trattava di una questione molto seria. «Chiunque porti i capelli lunghi deve passare l’inferno», spiegò in uno speciale della BBC, «è ora di unire le forze e difendere i nostri ricci». La sua chioma, in fondo, non era che un modo per esprimere la propria personalità, mostrando anche attraverso il look la sua indole ribelle. E poi, in ogni caso, «Non è bello quando ti chiamano carina».

Il bizzarro incontro con John Lennon

Nonostante le grandi differenze artistiche e personali, David Bowie e John Lennon collaborarono per un singolo, Fame, piccola gemma funk rock scritta insieme al chitarrista Carlos Alomar, che divenne la prima hit al numero uno in classifica in America per il Duca Bianco nel giugno del 1975.

Tony Visconti, il suo produttore ha raccontato un divertente aneddoto sull’incontro tra i due: «David alloggiava in una suite dell’Hotel Pierre, una sera è andato via prima dallo studio dicendo: “Stasera viene a trovarmi John Lennon. Puoi passare anche tu più tardi? Sono un po’ spaventato da lui”». Naturalmente, Visconti non se lo fa ripetere due volte ma, quando prova a bussare, nessuno risponde. Alla fine, quando gli aprono, questa è la scena che il discografico si trova davanti: «Il mio idolo John Lennon seduto sul divano, David con una ragazza e in mezzo a loro una montagna di cocaina, sembrava il monte Everest. Ad un certo punto David ha preso un foglio e una matita e ha fatto una specie di ritratto di John. Sono tutti e due dei grandi artisti, anche John ha iniziato a disegnare David e questo ha rotto il ghiaccio. Si mostravano i ritratti ridendo, e hanno iniziato a parlare».

Bowie-Mercury, nemici-amici

Under Pressure, intramontabile collaborazione tra i Queen e David Bowie, datata 1981, nacque per puro caso. A confermarlo, tempo dopo, fu proprio quest’ultimo: Bowie ha confermato la storia raccontando: «Certe cose succedono per caso, all’improvviso stai scrivendo qualcosa insieme in modo totalmente spontaneo. Under Pressure è nata così».

Stando ai racconti di Brian May, Bowie aveva una visione del brano, ma lasciò molto campo libero all’estro e alla voce di Freddie Mercury. Tra i due, però, i rapporti non furono troppo distesi: «Non è stato facile, perché eravamo tutti ragazzi precoci e David era molto “forte”, sì. Freddie e David si sono scontrati, senza dubbio. Ma sono cose che in studio possono accadere: per questo volano scintille ed è sempre per questo motivo che la canzone è diventata fantastica».

«Si sono scontrati in modo sottile», ricorda May, «come su chi sarebbe arrivato in studio per ultimo. È stato meraviglioso e terribile. Ma nella mia mente, ora ricordo più il meraviglioso che il terribile».

David Bowie e Amanda Lear, tra icone ci s’intende

Quando Bowie fu colpito dalla bellezza di Amanda Lear, lei era una giovane modella. La presentatrice ha raccontato: «Si innamorò di una mia foto. Avevo posato per la copertina di un disco dei Roxy Music. Era il 1973: ero un po’ hitchcockiana, aggressiva e con una pantera al guinzaglio. Bowie vide quella foto e si fissò su di me. Mi voleva conoscere.».

La sua relazione con David era «molto stimolante, non solo dal punto di vista sessuale ma anche culturale. Non potevo credere che non conoscesse il regista Fritz Lang così, come regalo per il suo primo compleanno passato insieme lo portai a vedere Metropolis, in un cinema di periferia.». Tra i due, c’era un intenso scambio artistico: lei gli fece conoscere il surrealismo e i registi tedeschi, lui le pagò le lezioni di canto. La love story si esaurì in due anni, ma Amanda ne conserva ancora un bellissimo ricordo: «L’uomo più truccato con cui sono andata a letto e il primo a credere in me come artista. Era tenero, attraente, intelligente, ma anche tormentato. Sono andata con lui da Londra a New York. E dopo a Berlino. Alla fine mi sono stufata di seguirlo. E poi lui era dipendente dalla droga, non era facile. Comunque gli devo molto. Era particolare: misterioso, riservato. Non lo dimenticherò mai. Mi ha scombussolato la vita».

Federica Checchia

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