La reunion di Ewan McGregor e Nicole Kidman, il divertente siparietto tra Anna Wintour e Anne Hathaway, i commoventi tributi a Robert Redford, Diane Keaton e a Rob e Michele Reiner, e molto altro. Gli Oscar 2026 non hanno riservato grandi sorprese in termini di vittorie, ma la cerimonia conclusasi poche ore fa ha comunque regalato dei momenti divertenti e intensi. Il Dolby Theatre di Los Angeles è un punto di arrivo per attori, registi e chiunque lavori al servizio della Settima Arte, e un sogno a occhi aperti per i cinefili di tutto il mondo, che aspettano l’evento come si attende il Natale.

Gli Academy Awards sono una serata magica, ma lo scintillante star system non può -e non deve- abbagliarci. Mentre La La Land risplendeva, tra flash dei fotografi, riflettori e smaglianti sorrisi hollywoodiani, altri cieli continuavano e continuano a essere illumunati da missili e droni. Un sogno a occhi aperti, come la notte degli Oscar, non cancella la guerra, anzi, le guerre in corso, così come non elimina gli scandali che ci hanno accompagnati in questi ultimi mesi. Cinema e realtà spesso si fondono; a volte si respingono, per poi riunirsi e “slacciarsi” nuovamente, rimanendo, però sempre uniti da un legame inscindibile. Legame che, anche ieri sera, è apparso in una spilla, in un discorso, in una battuta. E per fortuna.

Oscar 2026: il monologo di Conan O’Brien

Il conduttore Conan O’Brien, d’altronde, lo ha chiarito subito: «Questa potrebbe diventare una serata politica». Sin dal suo monologo d’apertura, infatti, il presentatore ha toccato -o meglio, sfiorato- diversi tasti dolenti. Dal deplorevole sistema sanitario statunitense («In Hamnet, la moglie di Shakespeare partorisce da sola nel bosco, o quello che in America chiamiamo assistenza sanitaria accessibile») agli sfottò indirizzati a Timothée Chalamet, grande sconfitto della serata, il presentatore non ha risparmiato quasi nessuno.

Facendo riferimento alla totale assenza di attori britannici nella rosa dei candidati -la prima in dodici anni- O’Brien ha parlato a nome della Gran Bretagna quando ha detto «ma almeno arrestiamo i nostri pedofili», alludendo all’arresto di Andrew Mountbatten-Windsor, in relazione ai suoi rapporti con Jeffrey Epstein.

Si è poi fatto più serio, commentando i recenti fatti di cronaca: «Chiunque ci stia guardando in questo momento, in tutto il mondo, è fin troppo consapevole che stiamo vivendo tempi caotici e spaventosi. È in periodi come questi che credo che gli Oscar risuonino in modo particolarmente significativo: trentuno Paesi di sei continenti sono rappresentati questa sera, e ogni film che celebriamo è il prodotto di migliaia di persone che parlano lingue diverse, impegnate a fondo per creare qualcosa di bello. Questa sera rendiamo omaggio non solo al cinema, ma anche agli ideali di creatività globale, collaborazione, pazienza, resilienza e a quella qualità oggi più rara che sia l’ottimismo. Quindi celebriamo non perché pensiamo che vada tutto bene, ma perché lavoriamo e speriamo in un futuro migliore».

La libertà secondo Jimmy Kimmel

«Raccontare una storia che potrebbe costarti la vita per il solo fatto di raccontarla: questo è il vero coraggio. In quali Paesi si rischia la vita per la libertà di parola?», si è invece domandato Jimmy Kimmel, sul palco per premiare il Miglior cortometraggio documentario e il Miglior documentario. «Ci sono Paesi i cui leader non sostengono la libertà di espressione. Non posso dire quali, non mi è permesso. Diciamo solo la Corea del Nord…e la Cbs». La battuta è indirizzata alla recente decisione dell’emittente radiotelevisiva di non permettere a The Late Show With Stephen Colbert di ospitare il deputato texano James Talarico, a causa di pressioni e minacce della Federal Communications Commission.

«Fortunatamente per tutti noi esiste una comunità internazionale di registi dediti a dire la verità, spesso correndo grandi rischi nel realizzare film che ci insegnano, che denunciano l’ingiustizia, che ci ispirano ad agire. E ci sono anche documentari in cui cammini per la Casa Bianca provando le scarpe», ha aggiunto, lanciando una frecciatina al documentario Melania, dedicato alla First Lady e decisamente meno profondo.

Palestina Libera e le critiche all’ICE

Nel corso della cerimonia, ci sono stati diversi riferimenti alla politica e ai conflitti nazionali e internazionali. Nel presentare il premio per il Miglior film internazionale, Javier Bardem si è espresso senza mezzi termini, salendo sul palcoscenico con una spilla esordendo con un «No alla guerra e Palestina libera» che gli è valso l’applauso della platea. Sulla sua giacca, inoltre, spiccava una spilla rossa e bianca, sulla quale era disegnato Handala, un personaggio inventato dal fumettista palestinese Naji al-Ali nel 1969. Sopra di essa, la scritta “No alla guerra”; sotto, un messaggio ancora più diretto: “Free Palestine”.

Il cast e la squadra che ha realizzato il documentario Mr Nobody Against Putin, invece, hanno affrontato il tema delle uccisioni perpetrate dall’ICE negli Stati Uniti. «Siamo complici quando un governo uccide persone per le strade delle nostre grandi città», ha affermato il co-regista David Borenstein. «Quando non diciamo nulla quando gli oligarchi prendono il controllo dei media e ne regolano la produzione e il consumo. Tutti noi ci troviamo di fronte a una scelta morale, ma anche un nessuno è più potente di quanto pensiamo».

Gli Oscar 2026 ci pongono di fronte a una domanda: che mondo stiamo lasciando ai bambini?

Uno dei discorsi più toccanti della serata arriva proprio dal team che ha realizzato il cortometraggio documentario di Netflix All the Empty Rooms, che mette in luce le camere vuote dei bambini uccisi nelle sparatorie nelle scuole. «Mia figlia Jackie aveva nove anni quando è stata uccisa», ha detto Gloria Cazares, una delle protagoniste del film, ritirando l’Oscar. «Da quel giorno, la sua camera è rimasta congelata nel tempo. La violenza armata è ora la principale causa di morte tra bambini e adolescenti. Crediamo che se il mondo potesse vedere le loro camere vuote, sarebbe un’America diversa».

Il regista di Sentimental Value, Joachim Trier, ha criticato la “miopia” dei leader globali di fronte alla guerra e alla sofferenza. «Tutti gli adulti sono responsabili di tutti i bambini», ha ribadito, nell’accettare il premio per Miglior film internazionale. «Non votiamo per politici che non prendono sul serio questo aspetto». Dello stesso parere il collega Paul Thomas Anderson, che ha portato a casa sei statuette per One Battle After Another. Nel suo discorso, ha riconosciuto i parallelismi tra la sua pellicola e l’attuale clima politico: «Ho scritto questo film per i miei figli, per chiedere scusa per il disastro che abbiamo lasciato in questo mondo che stiamo consegnando loro. Ma anche con l’incoraggiamento che, si spera, saranno la generazione che ci porterà un po’ di buon senso e decenza».

Federica Checchia