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Maggio 15, 2021, sabato

”Le prime tristezze”, M.Moretti: storie di un poeta fanciullo ormai adulto

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Le prime tristezze di Marino Moretti è un componimento contenuto nella raccolta Poesie scritte col lapis, pubblicata nel 1910.

Nel nuovo appuntamento della rubrica Letteratura per l’Infanzia, di seguito, uno sguardo alle prime malinconie infantili sperimentate dal poeta crepuscolare.

Le prime tristezze, Marino Moretti: il poeta crepuscolare dalle influenze pascoliane

Il componimento Le prime tristezze di Marino Moretti è, probabilmente, il manifesto per eccellenza della poetica di questo romanziere, poeta e drammaturgo di Cesenatico. Normalmente, Marino Moretti, è associato alla corrente letteraria del crepuscolarismo: il termine compare infatti per la prima volta proprio in una recensione di Poesie scritte col lapis. Il suo modo di fare poesia si basa, principalmente, sull’impotenza dell’uomo nei confronti de tempo; secondariamente, sul contrasto fra il mondo esterno e i suoi sentimenti. Gli influssi di Giovanni Pascoli sono evidenti nella produzione morettiana; le ascendenze si riferiscono, in particolar modo, a due note raccolte di Pascoli: Myracae e Canti di Castelvecchio.

Le prime tristezze, Marino Moretti in ''Poesie scritte col lapis'' - Photo Credits:maisoncielovenezia.com
Le prime tristezze, Marino Moretti in ”Poesie scritte col lapis” – Photo Credits:maisoncielovenezia.com

Le analogie specifiche con Marino Moretti, si ritrovano principalmente nel continuo rivolgersi a un passato che fu: i ricordi infantili legati al mondo della scuola, proprio come racconta ne Le prime tristezze o, ancora, nella poesia La signora Lalla dedicata a una sua maestra. L’ambiente domestico, l’immagine del giardino, la preponderanza ricorrente del tema della domenica. Tuttavia, in Moretti, fa capolino anche il tema della provincia, tipicamente crepuscolare: microcosmo tacito, uggioso, troppo ristretto. La malinconia del reale che si somma a una crisi di valori dell’uomo, incapace di vivere l’esistenza con serenità.

Poesie scritte col lapis, i ricordi e la semplicità del passato

In Poesie scritte col lapis, la raccolta pubblicata nel 1910 in cui rientra Le prime tristezze, Moretti sottolinea il rapporto fra infanzia e quotidianità. Il titolo dell’opera non è per nulla un caso: Moretti, infatti, assume un un atteggiamento in cui prevalgono toni tenui e disincantati su argomenti quotidiani: l’ espressione nel titolo ”scritte col lapis” designa la labilità del tempo e del ricordo, il tutto descritto con parole semplici: nessun lirismo, solo realtà delle cose che si presentano e sfuggono. Il lapis è effimero così come questo nuovo tipo di poesia che nulla ha a che fare con la magnificenza dei versi di un tempo: nessun Dante o Leopardi, la poesia di Moretti e dei crepuscolari non ha la pretesa di essere e divenire mitica. Racconta i ricordi di una vita: immagini di donne sfiorite dal tempo, la noia incolore, la vita quotidiana avvolta dalla malinconia di giornate lunghissime e anni che si susseguono svelti. La monotonia dell’esistenza che si riflette nella vacuità inutile dell’esistenza. E poi il mondo infantile, fatto di compagni, scorribande, sapori semplici: quanto la vita aveva poca importanza, e proprio questa era la magia.

Le prime tristezze, M.Moretti: la rassegnazione intrisa da una dolce malinconia

Quello che si percepisce in Poesie scritte col lapis è una sorta di nostalgia del non vissuto, quasi, un tenue bovarismo. Per anni si affermò che la poesia di Moretti non avesse nulla da dire: ma il poeta del ricordo scolastico si nutriva dell’interiorità prodotta dal bambino che fu. Il giardino di casa, la cucina in cui appare la figura rassicurante della madre; l’ambiente scolastico descritto ne Le prime tristezze: saranno queste piccole felicità domestiche a produrre un’arte poetica differente. Altro tema ricorrente nella sua poesia è la domenica: spazio dal tempo sospeso, immerso nella plumbea foschia del tedio tipico della provincia. La sua è una malinconia rassegnata che, insieme alla sofferenza e alla solitudine, domineranno la sua produzione poetica. Tuttavia, citando le sue memorie scolastiche, Moretti non solo sottolinea l’importanza di quegli ambienti – oggi, per cause maggiori, predominati dalla DAD – ma dà voce alle flebili sofferenze di un bambino: Le prime tristezze, i dispiaceri che, seppur placidi, preparano ai crucci di vita più dolorosi.

Il ricordo scolastico e le tristezze placide di un bambino: quando tutto era più felice

Quello di Moretti è, letteralmente, un viaggio nelle memorie di un uomo che ritorna al tempo felice e rassicurante dell’infanzia. Risulta essenziale un parallelismo: nella lirica La Signora Lalla, il poeta ricorda una vecchia maestra: quell’immagine catapulta sé stesso e il lettore in un esempio di mondo remoto in cui l’uomo era più felice. Moretti ricorda persino gli oggetti di quel tempo: i calamai, le cartelle, i quaderni, le piccole cose consuete tanto care alla poesia crepuscolare. E l’immagine della maestra è allegoria di felicità poiché appartenne a quel tempo; così come i compagni di classe Poggi e Poggiolini citati ne Le prime tristezze. Fa capolino la rassegnazione malinconica usuale: invita la vecchia maestra Lalla a riguardare sì i suoi compiti che, tuttavia, oggi ”son tutti in versi” in quanto poeta. Così inizia Le prime tristezze:

Ero un fanciullo, andavo a scuola, e un giorno
dico a me stesso: «Non ci voglio andare»
e non andai. Mi misi a passeggiare
solo soletto fino a mezzogiorno. […]

Così il rimorso teneva il mio cuore
in quella triste libertà perduto,
e qual ansia, mio Dio, d’esser veduto
dal signor Monti, dal signor dottore!

La prima e la terza strofa sopracitate indicano l’evidenza di un testo minimalista: la conquista di una libertà tanto agognata poiché proibita, imbevuta nella tristezza del rimorso. Il poeta ha marinato la scuola: tuttavia, adesso, non sa che fare del tempo a sua disposizione e, quasi immerso nel rimpianto, paradossalmente, ripensa a cosa stiano facendo in classe i compagni, temendo di esser visto da un conoscente e cullandosi in ore vuote che sembrano non scorrere, nonostante questa sovranità accaparrata.

Pensavo alla mia classe, al posto vuoto,
al registro, all’appello (oh il nome, il nome
mio nel silenzio) e mi sentivo come
proteso su l’abisso dell’ignoto.

E mi spingevo fin verso i giardini
od ai vïali fuori di città;
e mi chiedevo: «Adesso, chi sarà
interrogato, Poggi o Poggiolini?».

La libertà del poeta è puntellata da uno schiacciante senso di colpa: fagocitata dal pensiero delle prosecuzioni delle consuetudini in classe o dall’appello che, sul suo nome, risuona nel silenzio.

Le ore infinite e la poetica del quotidiano

Il senso di colpa è un crescendo nelle ultime due strofe: il poeta, divorato da questo dispiacere, non pregusta la libertà ma la vive con l’ansia di essere notato da qualcuno. Non solo il suo pensiero è rivolto alla classe dove il suo nome tace ma, quasi come una punizione o come un palliativo per discolparsi, in quella solitudine dolceamara, ripete brani di storia attribuendo alla sua voce il suono di un lagno ritmico. Chiede l’ora a un passante frettoloso, quasi come una preghiera indiretta perché le volgessero al termine al più presto, per poi ritrovarsi immerso nuovamente nella tristezza appurando ”Ma l’ore… l’ore non passavan mai”. Le ultime due strofe recitano:

Chi mi darà, chi mi darà quell’ore
così perdute dell’infanzia mia?
Non tu, non tu che tanta nostalgia
e tanto affanno mi ridesti in cuore
,

non tu, non tu che la tua fronte chini
per tacermi una lacrima o il pensiero
ch’è su la soglia del tuo ciglio nero
e nemmen Poggi e nemmen Poggiolini.

Ne Le prime tristezze non solo appare chiaro il tumulto del poeta ma, Moretti, dà voce a quei dispiaceri che anche i bambini o i ragazzi provano seppur, spesso, siano banalizzati:il contesto, la delicata descrizione di un malessere infantile, il citare persone e oggetti della propria consuetudine appartengono alle evidenze della poetica del quotidiano in una fusione di dolcezza e malinconia.

Stella Grillo

Immagine in copertina: Le prime tristezze, Moretti – Photo Credits: pangea.news




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Stella Grillohttp://wwww.metropolitanmagazine.it
Io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente.) Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all'altra. Mi chieda pure quello che vuol sapere e glielo dirò. Ma non le dirò mai la verità, di questo può star sicura. Italo Calvino
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