Quando, esattamente dieci anni fa, Oceania era approdato nei cinema di tutto il mondo, si era trasformato rapidamente in un successo globale. Tre anni prima, la casa di produzione creata da Walt Disney aveva sbancato al botteghino grazie alle glaciali avventure di Frozen, ed era impensabile che una nuova principessa potesse conquistare il cuore degli spettatori a così breve distanza dall’avvento di Elsa e Anna di Arendelle; eppure, la coraggiosa Moana -o Vaiana, cambio di nome attuato nell’edizione italiana per evitare riferimenti all’attrice pornografica Moana Pozzi– e la sua fiaba ambientalista avevano fatto centro, trasformando la pellicola d’animazione in uno dei classici più apprezzati del nuovo millennio. Era inevitabile, dunque, che prima o poi anche Motunui e i suoi abitanti avrebbero ottenuto il loro live-action.
Il live-action di “Oceania” è la copia carbone del classico Disney

Diretto da Thomas Kail, che aveva già collaborato con Lin-Manuel Miranda -autore delle musiche del lungometraggio animato insieme al musicista samoano Opetaia Foa’i- per la trasposizione cinematografica del musical Hamilton, il film è co-prodotto da Dwayne Johnson (The Rock), doppiatore originale di Maui.
La trama ricalca in modo fedele la vicenda originale: Vaiana, figlia del capo tribù dell’isola fittizia di Motunui, è destinata a prendere il posto di suo padre alla guida del villaggio. La vita sull’atollo, naturalmente, le sta stretta: la ragazza vorrebbe infatti scoprire il mondo al di là della barriera corallina che, però, rappresenta un limite giudicato invalicabile e pericoloso per il suo popolo. Quando, tuttavia, uno strano morbo colpisce la vegetazione e il mare si svuota, mettendo a repentaglio la sopravvivenza di tutti, la protagonista -spinta da sua nonna- decide di non seguire le disposizioni paterne, avventurandosi nelle acque sconosciute in cerca del semidio Maui. Anni prima, proprio lui aveva rubato il Cuore di Te Fiti, una potente divinità della natura, innescando una reazione a catena potenzialmente fatale.
Una CGI spettacolare e presente (forse troppo)
L’esordiente Catherine Lagaʻaia offre un ritratto di Vaiana convincente e ben centrato; al suo fianco, Dwayne Johnson riesce a conferire alla versione in carne, ossa e muscoli del suo personaggio una profondità maggiore, donandogli una vena malinconica meno percepibile nel film d’animazione. Difficile, almeno in principio, scendere a patti con la sua fluente parrucca ma, man mano che la storia procede, ci si abitua (più o meno). Intorno ai due protagonisti, un corollario di (poche) comparse umane e (molti, moltissimi) effetti speciali.
È forse questo, in effetti, il vero difetto di un lungometraggio oggettivamente ben realizzato. Dal punto di vista visivo, infatti, il live-action si ingegna come può a ricreare l’estetica colorata e spettacolare del film animato. Dal primo all’ultimo minuto, gli effetti digitali e una fotografia in grado di valorizzare ogni sfumatura di colore rendono più che evidente il lavoro tecnico certosino degli addetti ai lavori. La cura nei particolari, tuttavia, finisce per rendere il tutto un po’ troppo artefatto, e l’impiego massiccio della CGI tende a sovrastare le performance degli attori. Va detto, in alcuni casi, come nella trasposizione di Te Fiti e del demone Te Kā, il risultato è impressionante. In altri, purtroppo, molto meno, come per il povero galletto Hei Hei, al quale la caratterizzazione in computer grafica non rende affatto giustizia.
Il cuore di “Oceania”
Difetti tecnici a parte, la pellicola mantiene integro il messaggio della sua controparte animata. Cuore della narrazione è un fil rouge che lega Vaiana a molte delle sue “colleghe”, da Belle ad Ariel, da Jasmine a Merida: anche lei, come le altre protagoniste dei classici Disney, si trova di fronte a un bivio: assecondare le aspettative dei propri genitori o seguire il proprio istinto, diventando le persona che desidera essere. Sulle sue spalle, infatti, grava la responsabilità di un’intera tribù, e lei non sembra voler tirarsi indietro; eppure, il richiamo dell’acqua -e del destino- continua ad essere una forza irresistibile e trascinante.
L’oceano, naturalmente, rappresenta il futuro incerto che si staglia di fronte alla giovane, a volte pacifico e cristallino, altre turbolento e incerto; suo padre vorrebbe proteggerla dalle insidie e dai pericoli ma, come spesso accade, finisce per tarparle le ali -o meglio, i remi- trattenendola sulla terraferma. Un fiore, però, ha bisogno di acqua (in questo caso salata) per sbocciare. Proprio per questo, Oceania è un film che parla a diverse età: da un lato sprona i più giovani ad ascoltare il cuore, anche quando ci suggerisce vie impervie; dall’altro, invita gli adulti, specialmente i genitori, a non tenere i propri figli sotto una campana di vetro, ma a lasciarli liberi di esplorare, di sbagliare e, soprattutto, di farsi strada nel mondo con le loro forze.
Il live-action di “Oceania” è un invito a rispettare il nostro pianeta
Accanto al confronto generazionale, è molto presente nella pellicola la questione ambientale. Te Kā non è il classico Disney villain, ma il risultato della tracotanza dell’uomo, che continua a prendere a proprio piacimento ciò che gli occorre, senza tener conto delle possibili controindicazioni. La questione è più che mai attuale: anno dopo anno, stiamo vedendo il nostro pianeta deperire a una velocità preoccupante, dopo decenni di sfruttamento da parte nostra e, talvolta, reagire. Incendi boschivi, frane, smottamenti e via dicendo non sono altro che la sua risposta al nostro comportamento, e Oceania serve a ricordarci qualcosa che molti di noi sembrano aver dimenticato: la Terra ci rispetta se noi la rispettiamo.
Ampio spazio anche alle canzoni originali, firmate da Lin-Manuel Miranda, Opetaia Foaʻi e Mark Mancina, che conservano tutta la loro efficacia anche nel live-action, integrandosi nella narrazione senza interromperne il ritmo. Ciascun brano accompagna Vaiana e Maui in ogni fase del viaggio, assumendo toni più epici o leggeri a seconda dell’occasione, e rafforzando il legame viscerale tra gli umani e la natura che li circonda, in primis il mare, vero e proprio personaggio a sé.
Un’occasione non sfruttata a dovere
In molti si chiedono come questo live-action, nelle sale dal prossimo 19 agosto, sia, ma non è la domanda giusta da porsi. Il vero interrogativo, in realtà, è: «Ne avevamo bisogno?». Oceania non può essere definito un brutto film; pur avendo dei difetti, scorre piacevolmente e restituisce allo spettatore un adattamento fedele del capolavoro d’animazione. Forse stanca delle continue polemiche, questa volta la Disney ha scelto la via più sicura, mettendo insieme un cast visivamente identico a quello della pellicola del 2016, non modificando la trama e, sostanzialmente, restando su terreni non scivolosi.
Se, da un lato, questa decisione non presta il fianco a critiche e shitstorm, dall’altro rende il film riuscito solo a metà. Ad appena un decennio di distanza dall’uscita di Oceania, avrebbe forse avuto più senso discostarsi, seppur lievemente, dalla trama, approfondendo questo o quell’aspetto per evitare quella sensazione di “già visto” causata dai troppi pochi anni intercorsi tra un lungometraggio e l’altro. Riproporre un calco praticamente esatto della versione originale, quasi battuta per battuta, non toglie nulla, ma nemmeno aggiunge, alla storia che già conosciamo, e il retrogusto dolceamaro è quello di un’occasione persa. Il prodotto confezionato da Thomas Kail è valido, e questo va sottolineato con forza; la magia Disney, però, è un’altra cosa.
Federica Checchia





