Nel nuovo appuntamento della rubrica ClassicaMente la primavera all’interno delle Odi di Orazio; il poeta latino , la descrizione della tiepida stagione, illusoria ed effimera, e i parallelismi con la breve vita degli uomini.
Le Odi di Orazio, riflessione sulla ciclicità delle stagioni che non si rinnova nella vita del singolo
Appartenente all’inizio della settima Ode del Libro IV, questa Ode che Orazio dedica all’amico Torquato si apre con la descrizione naturalistica fin dai primi versi. La prima strofa si introduce con un tono serafico, quasi messaggero di tranquillità; la neve è orma sciolta, l’erba nei campi è prossima a riemergere in tutto il suo tenero verdeggiare, e così le fronde degli alberi e i fiumi che riprendono il suo corso.
Quasi come un classico ambiente pastorale, in queste parole appartenenti alle Odi di Orazio, la primavera è vista come una dimensione lieta e bucolica, foriera di serenità. In seguito, vi è un chiaro richiamo al mondo ellenico per sottolineare ulteriormente il clima di gioia; Orazio menziona le tre Grazie, figlie di Zeus e della ninfa Eurinome, e le Ninfe, semidivinità. Le prime, essendo dee della gioia di vivere e legate al culto della natura, presiedevano simposi con danze elargendo allegria fra uomini e dei; le seconde erano raffigurate come eterne fanciulle mentre la loro potenza divina era sempre ugualmente al mondo bucolico.
Dissolvono le nevi, ritorna già l’erba sui campi
e agli alberi le chiome
muta volto la terra, ristretti fra le rive
scorrono i fiumi.
Osa la Grazia, con le Ninfe e le sorelle,
nuda condurre le danze.
Dissipano ogni speranza immortale, l’anno e le ore
che fugano i giorni fecondi.
Gli zefiri mitigano i freddi, cede la primavera all’estate
che presto svanirà, quando
l’autunno avrà dato i suoi frutti e già
inerte ritorna l’inverno.
Nonostante l’apparente motivo arcadico del carme, il ritorno della primavera è per Orazio motivo di riflessione negativa. Dopo la stagione primaverile, la ciclicità della natura cede il passo all’estate che, tuttavia, si dileguerà non appena i frutti autunnali sopraggiungeranno e, con essi, la rigidità immobile dell’inverno. A differenza delle stagioni che si rinnovano ogni anno in modo puntuale, così non è per il tempo degli uomini. Ritorna qui un’altra celebre espressione oraziana: il Tempora labuntur, locuzione contenuta in un’altra sua opera nota, i Fasti, e riferita allo scorrere inesorabile dei giorni.
L’uomo trascorre sulla terra un tempo breve, e la stagione dorata che appartiene alla sua giovinezza e paragonata alla primavera, è un lampo se confrontata al perpetuarsi della natura. Gli uomini lasciano il loro giubilo nel passato, e così i loro giorni migliori e le ricchezze accumulate che passeranno agli eredi. Nessuno tornerà più dal regno dei morti una volta che il tempo avrà ridotto ognuno polvere e ombra.
Diffugere Nives: quando mitologia, pessimismo e Carpe diem si incontrano
I motivi poetici di Diffugere Nives, all’interno delle Odi di Orazio in cui si analizza la primavera in accezione pessimistica, sono gli stessi di altre poesie oraziane. Tuttavia la visione negativa in questo carme è molto più accentuata. Non si può conoscere il momento del proprio trapasso, condizione irreversibile di ogni soggetto. Un’elucubrazione concreta la cui attestazione è presente anche in alcuni dei più noti miti antichi:
Ma se i danni del cielo li riparano rapide lune
quando noi precipitiamo
là dov’è il padre Enea, il ricco Tullio e Anco
polvere ed ombra restiamo.
Chi lo sa se gli dei doneranno al tuo oggi
il tempo di un domani?
Tra le mani bramose di un erede,
svanirà ciò che in cuore custodivi.
Quando morto sarai e Minosse avrà emesso
per te la sua chiara sentenza
né la stirpe, o Torquato, né facondia o pietà
ti potranno ridare la vita;
neanche Diana dalle infere tenebre liberò
il pudico Ippolito
né Teseo può strappare il suo caro Piritoo
alle lètee catene.
La morte non può essere allontanata né dalla pietà, rappresentata da Enea, né dai beni che si possiedono, personificati dai re Tullo e Anco Marzio, in quanto la morte è ineluttabile e l’esistenza vana. Da questa deduzione, torna presente nei versi 17-20 il tema del Carpe Diem. In questo passo delle Odi, Orazio esorta a godere gli attimi lieti dell’esistenza prima che questi si dissipino. Nell’ultima parte ritornano alcune figure della mitologia antica: Minosse, re di Creta, presentato come giudice dei defunti. Ippolito, protagonista dell’omonima tragedia di Euripide e Piritoo, re dei Lapiti, molto amico di Teseo.
Orazio si rivolge a Torquato asserendo che neppure Diana è riuscita a intervenire per salvare il suo protetto Ippolito, né Teseo ha strappato l’amico Piritoo dalle catene infernali, in seguito al tentato rapimento di Persefone, moglie del Dio dell’Oltretomba Ade. Le due figure mitiche non riescono a dare salvezza ai loro protetti, proprio perché la morte non guarda in faccia a nessuno. E se anche la primavera continui a giungere, gli uomini continueranno a perire in una sempiterna ciclicità che sottolinea le differenze fra uomo e natura.
Stella Grillo
Seguici su Google News





