Era la sera dell’8 dicembre 1980, e John Lennon si apprestava a rincasare insieme alla moglie dopo aver trascorso il pomeriggio al Record Plant Studio. Il musicista si trovava di fronte all’ingresso del Dakota Building, il lussuoso edificio in cui risiedeva, sulla 72ª strada, nell’Upper West Side a New York, quando un «Hey, Mr. Lennon!» catturò la sua attenzione.
Il venticinquenne Mark David Chapman esplose contro di lui cinque colpi di pistola, ferendolo alle spalle quattro volte, mentre l’ultimo sparo non andò a segno. Lennon fece in tempo a salire ancora qualche gradino, mormorando «I was shot…», per poi perdere conoscenza. Venne dichiarato morto alle 23:15.
Mark David Chapman e la foto profetica con John Lennon

L’assassino di John Lennon, ex guardia giurata, era un grande ammiratore dei Beatles, in particolare di John; la sua ossessione lo aveva spinto addirittura a sposare Gloria Hiroko Abe, una donna americana di origine giapponese che gli ricordava Yōko Ono. Convintosi, in seguito, che il suo beniamino avesse tradito gli ideali da lui professati, si era però convinto a “punirlo”.
Il pomeriggio dell’8 dicembre si appostò dunque davanti al palazzo di Manhattan e, quando il cantautore uscì di casa, Chapman lo avvicinò per stringergli la mano e chiedergli un autografo. Lennon gli domandò se quello fosse tutto ciò che desiderava e lui annuì sorridendo. Il fotografo Paul Goresh, presente in quel frangente, immortalò il momento in un celebre ed inquietante scatto che ritrae il futuro killer insieme alla sua futura vittima.
Quel giorno, il ragazzo aveva con sé una copia de Il giovane Holden, libro dal quale, a detta sua, traeva ispirazione. Una volta compiuto il crimine, tirò fuori il libro e si mise a leggere. Quando il custode del Dakota Building gli urlò: «Sai che cosa hai appena fatto?», egli rispose serafico: «Sì, ho appena sparato a John Lennon». L’omicidio dell’ex Beatle per mano di un mitomane scosse il mondo e, ancora oggi, resta un gesto incomprensibile. Non è, tuttavia, l’unico episodio che vede fama e morte intrecciarsi sinistramente.
Gianni Versace, Andrew Cunanan e l’ossessione per la celebrità
A soli cinquantanni, il 15 luglio 1997, lo stilista Gianni Versace venne ferito mortalmente da cinque colpi di pistola sulle scale della sua dimora a Miami Beach. A sparare fu Andrew Cunanan, un tossicodipendente italo-filippino sospettato dell’omicidio di altre persone e, per questo, ricercato da tempo.
La vita di Cunanan era un’intricata rete di menzogne e identità fittizie, tenute insieme dal suo desiderio di emergere e diventare “qualcuno”. Aveva rinnegato le sue origini, costruendo un castello di bugie intorno alla propria famiglia e alle sue attività e, nella sua forsennata corsa al riscatto sociale, aveva lasciato dietro di sé una lunga scia di sangue. La sua fuga, in seguito all’assassinio del couturier, si concluse pochi giorni dopo in una casa galleggiante, all’interno della quale si suicidò, braccato dalla polizia.
Non sono ancora chiare le motivazioni che spinsero il giovane a quel gesto. Andrew aveva tendenze alla psicopatia e diversi disturbi della personalità, ma si suppone che, a scatenare la follia omicida, sia stata l’invidia patologica nei confronti del patron della nota maison, reo di avercela fatta in un mondo che, al contrario, era stato fin troppo ostile con il serial killer. Ai funerali di Gianni Versace parteciparono personalità della moda, della musica e dello spettacolo. C’era anche Lady Diana, sua intima amica. Come ben sappiamo, la stessa principessa, purtroppo, avrebbe incontrato il suo destino appena un mese dopo, all’altezza del tredicesimo pilone di un tunnel parigino. Stava scappando da un’orda di paparazzi insieme al compagno Dodi Al-Fayed. Anche nel suo caso, il lato oscuro della notorietà si è manifestato in tutta la sua potenza.
L’eccidio di Cielo Drive e quel collegamento con John Lennon
Nonostante il film Once Upon a Time…in Hollywood abbia offerto una versione alternativa e fantasiosa dell’eccidio di Cielo Drive, purtroppo la realtà dei fatti è stata decisamente più cupa. L’8 agosto 1969, l’attrice Sharon Tate, moglie del regista Roman Polanski, venne barbaramente uccisa nella sua abitazione insieme a tre amici e ad un ragazzo appena diciottenne. La donna, ventisei anni, avrebbe dovuto partorire poche settimane dopo. Polanski si trovava a Londra, dove stava lavorando ad un film.
A commettere la strage furono Tex Watson, Susan Atkins e Patricia Krenwinkel. Erano tutti giovanissimi, tutti sotto effetto di droghe e tutti membri della Manson Family, setta creata da Charles Manson. Fu, infatti, proprio il musicista e santone a commissionare ai suoi adepti gli efferati delitti. Lo scopo di questi resta tuttora dubbio; in parte, sembra, si era cercato di ricreare un omicidio-fotocopia di un caso di cronaca nera precedente, per scagionare un altro affiliato della “Famiglia”. Principalmente, però, si sarebbe trattato di mitomania e desiderio di finire al centro dell’attenzione da parte del criminale statunitense, ossessionato dall’idea di sfondare nell’ambito della musica.
Un vero chiodo fisso per l’aspirante rockstar con una predilizione per i Beatles. Proprio John Lennon, curiosamente, verrà addirittura chiamato a testimoniare da Manson. Un invito mai raccolto dal diretto interessato . Un cammino, quello di Charles, diretto verso la follia, sul quale, purtroppo, si sono ritrovati Sharon Tate, il suo bambino e le altre persone presenti in quella terribile notte a Cielo Drive.
Christina Grimmie e Dimebag Darrell, morto l’8 dicembre, come John Lennon
Christina Grimmie era nota sul web con lo pseudonimo zeldaxlove64 ed era una nota cantante, pianista e youtuber. Diventata famosa grazie a numerose cover pubblicate sul proprio canale, si era fatta conoscere dal grande pubblico con la partecipazione a The Voice USA. Verso le prime ore del 10 giugno 2016 l’artista ventiduenne venne uccisa attraverso un’arma da fuoco al termine di un concerto ad Orlando. L’omicida si chiamava Kevin James Loibl ed era da tempo un suo stalker. Nonostante fosse stato bloccato dal fratello della ragazza, il ventisettenne riuscì a divincolarsi abbastanza da rivolgere l’arma contro se stesso, suicidandosi.
Diverso genere, stessa sorte per Dimebag Darrell, al secolo Darrell Lance Abbott, ex chitarrista dei Pantera. L’8 dicembre (come John Lennon, ma nel 2004), il musicista si stava esibendo con il suo nuovo gruppo, i Damageplan, quando fu freddato da cinque colpi di pistola esplosi da un ex militare, Nathan Gale. Insieme a lui morirono altre tre persone. Stando alle ricostruzioni, la causa sarebbe da ricercare nella schizofrenia di Gale, convinto che Darrell gli avesse copiato alcune canzoni e che, quindi, meritasse una punizione.
Natalie Wood e quella fatale notte in barca
Il pubblico l’aveva amata nei panni di Maria, protagonista di West Side Story, e in tanti altri ruoli. Per questo motivo, quando, alle 8:00 del mattino del 29 novembre, il corpo esanime di Natalie Wood venne trovato al largo dell’isola di Santa Catalina, nell’Oceano Pacifico, tutti rimasero estremamente scossi. L’interprete sarebbe scesa in acqua con un gommone dal suo panfilo, sul quale si trovava insieme al marito Wagner. Il coniuge ammise di aver avuto una discussione con lei prima che scomparisse, ma negò ogni altro coinvolgimento. Diversi testimoni, a bordo di una barca vicina, giurarono di aver sentito una donna gridare aiuto a tarda sera. Il tasso alcolemico rinvenuto nel suo sangue, tuttavia, fece virare la polizia verso l’idea di una morte accidentale.
I sospetti intorno al marito e alle strane circostanze in cui era avvenuto il decesso, portarono ad una riapertura delle indagini, molti anni dopo. Il tutto, però, si concluse con un nulla di fatto. Di Natalie Wood rimangono le sue ottime performance sul grande schermo, ma anche un dubbio ancora irrisolto. L’attrice, stando alle parole della sorella, non sapeva nuotare, e aveva una gran paura dell’acqua. Perché, allora, seppur ubriaca, avrebbe dovuto provare l’istinto di avventurarsi da sola nell’oceano nel cuore della notte?
Marilyn Monroe, uccisa da se stessa, da altri o dalla celebrità?
Marilyn Monroe non ha bisogno di presentazioni. La diva di Hollywood per eccellenza, prorompente e al tempo stesso fragile, ebbe una vita decisamente travagliata, che si concluse bruscamente il 5 agosto 1962, quando fu trovata morta nella camera da letto della sua casa di Brentwood, a Los Angeles. A ritrovare il cadavere privo di vestiti e con in mano la cornetta del telefono, fu Ralph Greenson, medico psichiatra chiamato da Eunice Murray, governante dell’attrice, preoccupata perché non riusciva a entrare nella camera della star.
Nonostante l’ipotesi più accreditata sia quella del suicidio, negli anni sono state avanzate numerose congetture, molte delle quali vedono la famiglia Kennedy in un ruolo centrale rispetto alla vicenda. Per alcuni erano stati Bob e, soprattutto, John, a voler sbarazzarsi della loro amante condivisa, ormai diventata “scomoda”. Per altri, invece, la mafia l’avrebbe sacrificata per una vendetta ai danni del Presidente, accusato di non aver mantenuto alcune promesse elettorali. In qualunque modo sia andata, in ogni caso, una cosa è certa; che sia morta per overdose, per sua scelta o per decisione altrui, ad uccidere Marilyn ha contribuito un’assassina silenziosa e letale: la celebrità.
Federica Checchia
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