Da oggi, 27 marzo 2024, la nuova pellicola di Sofia Coppola, Priscilla, sarà disponibile nelle sale italiane. Presentato in concorso all’80ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, è ispirato ad Elvis and Me, memorie scritte dalla stessa Priscilla Presley, insieme a Sandra Harmon. A vestire i panni della protagonista è Cailee Spaeny, che ha ottenuto la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile.
Priscilla Presley, all’anagrafe Priscilla Ann Wagner Beaulieu è un’icona della cultura a stelle e strisce, ma da sempre in secondo piano rispetto al ben più noto marito, che nel lungometraggio ha il volto di Jacob Elordi (Euphoria, Saltburn). Molte sono le star che si sono ispirate a lei e ai suoi look, prima fra tutte Lana Del Rey. Eppure, la persona dietro il personaggio va oltre i capelli cotonati ed eye-liner marcato. L’infanzia complicata, il matrimonio prematuro e turbolento con Elvis, il rapporto con The King. E poi ancora, il passaggio da sposa-bambina a donna consapevole. Tutto questo ha catturato l’interesse della cineasta italoamericana, che ha voluto celebrarla.
Nonostante il cognome impegnativo (è figlia del Maestro Francis Ford Coppola), Sofia ha saputo zittire le voci e i pregiudizi intorno a lei dimostrando sul campo il talento dietro la macchina da presa, e dirigendo alcuni tra i film più interessanti dell’ultimo ventennio. Eccone tre.
L’esordio di Sofia Coppola: Il giardino delle vergini suicide (1999)

Trasposizione per il grande schermo del romanzo Le vergini suicide di Jeffrey Eugenides, è l’opera prima di Sofia Coppola. L’inizio non fu semplice; dopo aver ultimato la sceneggiatura, venne a sapere che un’altra società stava già lavorando a un adattamento del libro. I produttori, tuttavia, non erano soddisfatti del lavoro svolto e, quando lei gli fece avere il suo progetto, decisero di utilizzarlo.
La triste vicenda delle sorelle Lisbon, private della libertà da genitori inspiegabilmente severi, e i loro tentativi di ribellione, capitanate da Kirsten Dunst, nel ruolo della magnetica Lux, è un amaro spaccato dell’America degli anni Settanta. Le discrepanze tra una società in evoluzione e le resistenze della religione, intrecciate con i primi amori e le scoperte sentimentali e sessuali tipiche dell’adolescenza, hanno reso Il giardino delle vergini suicide un manifesto contro l’ipocrisia conservatrice e una malinconica carezza alla fragilità di un’età complessa. Un debutto di tutto rispetto per l’allora esordiente, che ha da subito mostrato capacità e coraggio nell’affrontare temi scomodi.
Lost in Translation (2003)
Le aspettative erano alte, eppure Sofia Coppola non ha deluso, anzi, ha superato se stessa. La sua scrittura raffinata e l’incredibile prova recitativa di Bill Murray e Scarlett Johansson, nelle vesti dell’attore in declino Bob Harris e della neolaureata Charlotte, hanno reso Lost in Translation una piccola perla. A impreziosirlo, l’alchimia tra questo improbabile duo, sperduto in una Tokyo psichedelica e alienante, ammaliante e respingente al tempo stesso, e i dialoghi brillanti.
Pubblico e critica hanno premiato il prodotto di Sofia. Agli Oscar del 2004, a fronte di quattro candidature, la statuetta per la Miglior sceneggiatura originale è finita nelle sue mani. L’idea, secondo quanto dichiarato dalla stessa Coppola, è nata in seguito ai numerosi viaggi nella capitale nipponica, che le hanno lasciato un senso di incanto e solitudine. Il fascino disorientante dei quartieri della megalopoli l’hanno rapita, e ha cercato di mostrare le sue emozioni. Considerando il risultato, sembra ci sia riuscita.
Marie Antoinette (2006)
La rilettura in chiave pop della parabola discendente di Maria Antonietta, moglie di Luigi XVI, ultimo vero sovrano di Francia, è forse l’esperimento più ambizioso di Sofia Coppola. L’ingresso a Versailles , tra i mormorii della corte, che non vedeva di buon occhio un’austriaca, la difficoltà ad adattarsi a quel palazzo ostile e a un destino già scritto, le nozze senza passione con il Delfino e il tormentato amore per il Conte Fersen (a prestargli le fattezze, Jamie Dornan, allora semisconosciuto). Il tutto raccontato con un ritmo fresco, moderno, diverso dai soliti biopic. La regia di Sofia guida sapientemente Kirsten Dunst, eterea e maliziosa Maria Antonietta, alla sua seconda collaborazione con lei.
La colonna sonora è un mix esplosivo di musica classica e brani commerciali, da I Want Candy, nella famosa scena in cui viene passato in rassegna lo sconfinato guardaroba della Delfina, ai The Cure, passando per i The Strokes. Tra inesattezze e alterazioni volute (ricordiamo la fugace apparizione di un paio di Converse, calzature decisamente successive all’ancien régime), l’intento è chiaro. Non siamo di fronte ad una regina viziata e insensibile, ma ad una ragazzina capricciosa e ingenua, pedina in di giochi di potere troppo intricati per una teenager. Dopotutto, era salita al trono non ancora ventenne e alcune maldicenze, come la celebre frase sulle brioches, che non fu mai pronunciata, non aiutarono la sua immagine. Un tentativo, dunque, di smussare le opinioni dello spettatore nei confronti della frivola Marie Antoinette, offrendone un ritratto più morbido e umano.
Le sorelle Lisbon, Charlotte, Marie Antoinette. E Cleo, la dolce undicenne di Somewhere, che le è valso un Leone d’oro a Venezia. E poi ancora Nicki, Martha, Laura, fino a Priscilla. Sofia Coppola parla di donne. Sfaccettate, dure, a volte considerate difficili, ma tutte con una storia, e lei si assume l’onere e l’onore di raccontarla.
Federica Checchia
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