Tre chili e mezzo di malinconia, il secondo libro dell’autrice Giusy Pullara: l’esordio poetico e il progetto letterario Letteratura in Pillole nato su Instagram.

Tre chili e mezzo di malinconia, l’esordio poetico

M.M.: Due libri e un progetto culturale: una farmacia letteraria – Letteratura in Pillole – sul social del momento. Come e quando nasce la tua passione per la letteratura?

G.P.: Se dicessi che c’è sempre stata, mentirei. Quando ero ancora una liceale, la letteratura era senza dubbio la mia materia preferita, ma all’epoca somigliava più al dovere che a una passione vera e propria. Come molti adolescenti, mi limitavo a studiare in vista dell’interrogazione. Oggi, le cose sono decisamente cambiate, e non riesco a ricondurre ciò a un evento ben preciso. Diciamo che, come tutti i “grandi amori”, anche questo mi ha travolto all’improvviso.

M.M.: Su Instagram, Letteratura in Pillole, ha un copioso seguito. Il tuo lavoro di divulgazione letteraria è un’evidenza di come i social, se usati bene, possano avvicinare al mondo della letteratura e della poesia. Come nasce il progetto?

G.P.: L’idea di condividere stralci letterari con altre persone è nata un po’ per caso, in un freddo pomeriggio invernale. Stavo leggendo “L’amore ai tempi del colera” di Marquez e, come faccio di solito con i libri che mi coinvolgono molto emotivamente, ho fotografato quegli estratti che temevo di dimenticare, per rileggerli, per cercare di imprimerli nella memoria. Così mi sono detta: perché non dedicare un piccolo spazio virtuale alle mie letture? Di certo non mi sarei mai aspettata un simile sostegno. Le persone che seguono la pagina rappresentano un grande stimolo per me, e confrontarmi con loro mi ha permesso di approfondire un sacco di tematiche a cui in passato non avevo rivolto la giusta attenzione, non soltanto in ambito letterario.

M.M.: Quali sono gli autori letterari che ti sono stati di ispirazione?

G.P.: L’ispirazione è spesso di natura inconscia, quindi non siamo noi a decidere quale sarà la brocca con cui cercheremo di placare la nostra sete. In ciò che scrivo, credo ci sia un bel mix di influenze che inevitabilmente mi ha travolta, come credo succeda a chiunque abbia a che fare con la creatività. Tra i nostri sacri che, più di tutti, mi hanno fatto venir voglia di avvicinarmi – nel mio piccolo – alla scrittura ci sono senza dubbio Cesare Pavese, Oscar Wilde, Agatha Christie, Luigi Pirandello, Andrea Camilleri, Stendhal, Valentino Zeichen e, uno dei miei amori letterari più recenti: Elena Ferrante, di cui sto leggendo, proprio in questi giorni, il terzo volume della splendida saga de “L’amica geniale”.

M.M.: Parliamo di prosa e poesia: il tuo primo libro, ”Lasciami entrare nel tuo inferno’’, narra la storia di una ragazza, la sua omosessualità e il suo mondo interiore. ”Tre chili e mezzo di malinconia’’ è, invece, il tuo esordio poetico. Quanto è importante la poesia oggi, in un mondo che predilige l’immediatezza delle immagini?

G.P.: In “Tre chili e mezzo di malinconia” ho scritto che «la poesia non è altro che un legame in sospeso», perché credo che siano proprio le cose irrisolte, quelle che a volte ti mettono un po’ sottosopra lo stomaco, a rappresentare la sua l’origine e a renderla così necessaria, anche quando non ce ne rendiamo conto e di conseguenza rischiamo di sottovalutarla. L’essere umano, in genere, tende a essere attratto perlopiù da ciò che lo riguarda direttamente, ecco perché credo che inserire la quotidianità nella poesia, ponendo l’accento su quel calderone di emozioni che fanno parte del nostro bagaglio interiore, sia il modo migliore per far sì che si accorcino le distanze tra i versi e la realtà, che in molti casi sono più connessi di quanto si pensi.

Il tema della nostalgia nella raccolta

M.M.: Ciò che colpisce nella lettura è il tuo modo di scrivere. Un incontro un lessico melodioso incastonato nel quotidiano: quasi uno stile di altri tempi che affascina il lettore attento e non tedia quello meno esperto. Ricorda molto quello di Michele Mari in Cento poesie d’amore a Ladyhawke Ma tu parli di cibo e sentimenti: entrambi elementi che, quando mancano, provocano un vuoto nello stesso punto. Quanto ha inciso il tema della nostalgia nella tua raccolta e nella tua vita?

G.P.: ”Cento poesie d’amore a Ladyhawke” è una raccolta che ho letteralmente divorato e per cui nutro un amore profondo, dunque sono a dir poco onorata di avertela in qualche modo ricordata, nel mio piccolo. Credo che il tema della nostalgia incida molto più nella mia scrittura che nel mio quotidiano. In genere, a differenza di ciò che si può percepire da ciò che sento il bisogno di scrivere, sono una persona molto ottimista ed è difficile che mi incupisca per motivi banali.

È sempre stato molto naturale dar voce alla nostalgia, mentre quando si tratta di raccontare la felicità ho difficoltà, mi blocco, mi sembra di non aver nulla di sensato da dire, come se quella piccola dose di inchiostro che sento scorre nelle mie vene si prosciugasse. Mi ritrovo molto nella famosa citazione attribuita a Tenco, che alla domanda: “Perché scrivi solo cose tristi?”, rispose: “Perché quando sono felice, esco”.

M.M.: Nell’ultima strofa della poesia ”Cambio Turno” scrivi:

”Non è la mancanza di amore a rappresentare l’irreparabile. La disgrazia dell’amore è essere due innamorati con turni inconciliabili”.

Un’affermazione tanto malinconica quanto dura e realista.  A volte l’amore non basta se non si coltivano connessioni. In questo verso specifico ti riferisci, per lo più, ad un’evidente mancanza di comunicazione?

G.P.: Esatto. L’idea di scrivere questa poesia è arrivata mentre stavo guardando “Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca)”, di Ettore Scola. C’è questa scena, ambientata in una trattoria, in cui Marcello Mastroianni chiede a Monica Vitti, visibilmente provata: «Ma che fai, piangi?» – «Io sento uno strano senso alla bocca dello stomaco», risponde lei. Al che, lui dice: «Embè, ma grazie… E ‘nnamo con ste pizze!» rivolgendosi al cameriere. Ecco, secondo me questo breve dialogo – che definirei tragicomico – sintetizza perfettamente il concetto dell’incomunicabilità, o comunque di una comunicazione che a lungo andare rischia di minacciare seriamente il rapporto, proprio perché discontinua.

M.M.: In’’ Tre Chili e Mezzo di Malinconia’’ quanto c’è di autobiografico?

G.P.: Sono una persona che assorbe molto anche le emozioni degli altri, e per questo motivo, a volte, mi succede di scrivere in merito a situazioni a cui ho assistito, ma che non ho vissuto in prima persona. Detto questo, direi che di autobiografico c’è un bel 70%. La maggior parte delle poesie che ho inserito nella raccolta sono nate nel periodo in cui la mia relazione, che dura ormai da quattro meravigliosi anni, si è ritrovata a dover affrontare il nemico più temuto da ogni coppia: la distanza, che per mia fortuna è stata solo geografica e mai emotiva. Quei mesi hanno scatenato dentro di me una grande malinconia che cresceva a dismisura, e la scelta è ricaduta su questo titolo proprio perché avevo l’impressione di cibarmene a qualsiasi orario, come se fosse una pietanza.

Tre chili e mezzo di malinconia: la fragilità che è sinonimo di libertà

M.M.: Come tu stessa affermi, non c’è nulla di sbagliato nel sentirsi gomma invece che acciaio, come i canoni sociali spesso  impongono. Veicoli un messaggio importante: è giusto percepire la propria fragilità. L’espressione dei propri sentimenti, della propria emotività è ancora sinonimo di debolezza?

G.P.: Mostrarsi sempre indistruttibili, alla lunga, può diventare controproducente. In passato, ho commesso molte volte l’errore di nascondere quel lato fatto di gomma, non perché me ne vergognassi, ma perché era più facile mostrarmi d’acciaio, piuttosto che spiegare tutti quei motivi che contribuivano a rendermi gomma. Da quando ho imparato a lasciarmi andare emotivamente, vivo decisamente molto meglio e ho compreso che, in realtà, esprimere i propri sentimenti, mostrando le fragilità che ne conseguono, non solo è la vera forza, ma rappresenta anche la strada più vicina alla libertà.

M.M.:‘La malinconia è la felicità di essere tristi”, diceva Hugo.  Secondo te è una condizione negativa da cui si deve cercare di uscire o rappresenta una marcia in più, nella visione delle cose?

G.P: Per come la vedo io, rappresenta senza dubbio una marcia in più. D’altronde, è proprio quando siamo in preda alla tristezza che ci avviciniamo come non mai alle varie forme d’arte. Il bisogno di ascoltare o creare musica, per esempio, diventa indomabile soprattutto quando si desidera rifugiarsi nel proprio mondo, senza ospitare quelle interferenze esterne che ci fanno star male. Chiaramente, questo non significa che non bisogni lasciare spazio alla gioia e alla positività, anzi. Ma ogni tanto, concedersi il lusso di gravitare intorno a Saturno, il pianeta della malinconia, può rappresentare un ottimo modo per conoscere meglio la propria interiorità. Credo che il trucco stia nella dose di malinconia che ci si autosomministra. Come diceva Paracelso: “Tutto è veleno: nulla esiste di non velenoso. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto”.

Stella Grillo

Immagine di copertina: Tre chili e mezzo di malinconia – Photo Credits: instagram profilo ufficiale Giusy Pullara