Gli antefatti li conosciamo tutti: da quando il conflitto nella Striscia di Gaza si è intensificato, la partecipazione di Israele all’Eurovision Song Contest è stata oggetto di durissime contestazioni da parte di diversi Paesi, non disposti a condividere il palco con i rappresentanti di uno Stato che sta commettendo crimini indicibili e perpetrando inaudite violenze contro il popolo palestinese. Quest’anno, l’indignazione generale ha raggiunto il culmine, portando cinque nazioni a prendere la decisione di non partecipare all’evento musicale, e diversi fan della competizione a manifestare il loro dissenso.
Eppure, nonostante non goda certo di grande fama agli occhi del mondo, nelle ultime due edizioni Israele si è inspiegabilmente posizionato nelle prime posizioni competizione, raggiungendo il quinto e il secondo posto. Determinante, in entrambi gli anni, il voto del pubblico: nel 2024 è risultato essere secondo al televoto e, nel 2025, addirittura primo. Numeri che, alla luce delle ampie contestazioni che hanno accompagnato le performance dei due artisti israeliani, e della stessa qualità dei loro brani, ha destato più di una perplessità.
Dietro questi risultati, com’è emerso, ci sono aggressive campagne di marketing, che lo stesso governo Netanyahu ha finanziato con centinaia di migliaia di euro. Per molti analisti, per Israele l’ESC sarebbe uno strumento di soft power, necessario per (tentare di) ripulire la propria immagine a livello internazionale.
L’inchiesta del New York Times porta a galla le spese folli del governo israeliano
Il New York Times, ieri, ha pubblicato una lunga inchiesta a riguardo. I due giornalisti Mara Hvistendahl e Alex Marshall hanno consultato una serie di documenti ufficiali dell’EBU (European Broadcasting Union), ovvero il consorzio delle emittenti radiotelevisive pubbliche europee che ha l’onere di organizzare l’evento e del governo israeliano. Hanno, poi, intervistato una cinquantina di persone informate sui fatti, scoprendo che, negli ultimi due anni, Tel Aviv ha speso più di un milione di euro per promuovere i suoi cantanti, spostando un numero enorme di preferenze grazie a una regola in vigore fino alla scorsa edizione, che prevedeva la possibilità di votare fino a venti volte per un solo artista.
Stando a quanto appreso dai reporter, in realtà Israele avrebbe iniziato a investire nelle campagne pubblicitarie per l’Eurovision già nel 2018, ottenendo la vittoria con la canzone Toy, interpretata da Netta Barzilai. Secondo Doron Medalie, autore del pezzo, il governo spese più di circa ottantacinquemila euro per “spingere” il singolo sui social.
L’ossessione di Israele per l’Eurovision
La vera svolta, tuttavia, sarebbe arrivata nel 2024, con un finanziamento governativo di quasi settecentomila euro. Israele, dopotutto, aveva bisogno di guadagnare consensi: il conflitto a Gaza era iniziato mesi prima, e buona parte dell’Europa criticava più o meno apertamente le azioni del premier Benjamin Netanyahu. Proprio in quelle settimane, gli attacchi su Rafah avevano indignato l’opinione pubblica e, di rimando, erano nate le prime campagne per chiedere l’esclusione del Paese dalla gara. Eden Golan, alla fine, era arrivata quinta nella classifica generale, ma seconda al televoto. a destare sospetti, però, era stato il fatto che moltissimi voti fossero arrivati da nazioni contrarie al governo israeliano, tra cui Spagna e Paesi Bassi. Qualche settimana dopo, l’emittente slovena RTVSLO aveva chiesto all’EBU di fornire spiegazioni, senza però ricevere riscontro.
Lo scorso anno, si era verificata una situazione ancora più nebulosa. Durante le sue performance, la rappresentante israeliana Yuval Raphael era stata fortemente contestata dal pubblico con fischi e urla, e diverse persone avevano sventolato delle bandiere palestinesi; nonostante questo, era arrivata seconda in classifica, e prima al televoto. Un’inchiesta dell’emittente nazionale finlandese YLE, tempo dopo, aveva svelato i retroscena di questo successo: il governo aveva fatto girare alla cantante un video in cui esortava gli altri Paesi a votare per lei, chiedendo sostegno in varie lingue europee. Nelle clip, distribuite soprattutto tramite inserzioni a pagamento su YouTube, l’artista ricordava come il regolamento dell’Eurovision permettesse di esprimere venti preferenze per la stessa persona. Lo stesso Netanyahu, seguito da ambasciate e gruppi europei filoisraeliani, aveva promosso via social Raphael.
Eurovision 2026: nuove regole, stesso atteggiamento
Dopo l’ultima edizione, diversi Paesi europei, tra i quali Irlanda, Spagna e Paesi Bassi, avevano espresso dei dubbi sulla validità e sulla trasparenza del televoto. Avevano poi spinto l’EBU a organizzare un voto della sua assemblea generale per decidere se escludere o meno Israele. La votazione, prevista per novembre 2025, era stata annullata dopo il cessate il fuoco tra Tel Aviv e Hamas. A dicembre, aveva avuto effettivamente luogo una riunione, durante la quale, però, si era solo discusso di alcune modifiche al regolamento che, di fatto, sottintendevano la partecipazione di Israele.
Tutte le emittenti europee avevano votato a favore, fatta eccezione per quelle di Spagna, Slovenia, Islanda, Paesi Bassi e Irlanda che, per protesta, non parteciperanno all’edizione in corso. Nonostante le nuove regole, però, sembra che Israele continui a fare come meglio crede: ha infatti diffuso un video in cui il suo rappresentante, Noam Bettan, chiede al pubblico di votare per lui per dieci volte. Il direttore di Eurovision Martin Green ha chiesto all’emittente israeliana KAN di rimuoverlo ma, c’è da scommetterci, la clip non sarà l’ultima interferenza fino a sabato sera.
Federica Checchia





